Le reali possibilità per uno scrittore esordiente di pubblicare il proprio libro
In questo post ‘PASSEGGIATE LETTERARIE: Chiudo la porta e urlo ‘ è possibile riflettere su un modo personale di analizzare un testo che ci rende consapevoli di molteplici aspetti di un’opera letteraria. Forse uno scrittore esordiente potrebbe leggere con attenzione le analisi dell’autrice autorevole di codesta rubrica. Sono sicuro che un’attenta lettura può tornare utile per rivisitare il proprio manoscritto con una più accurata analisi. Un augurio cordiale a tutti gli esordiente per un successo letterario.
PASSEGGIATE LETTERARIE
Chiudo la porta e urlo

Paolo Nori: Chiudo la porta e urlo
Articolo di Maria Rosa Giannalia
Selezionato per la cinquina del premio Strega 2025, questo libro di Paolo Nori è di quelli che una lettrice/un lettore legge d’un fiato.
Perché non sembra un libro.
Non sembra neppure un romanzo, meno che mai una narrazione in cui la scrittura poetica di un autore emiliano contemporaneo Raffaele Baldini Si intreccia fittamente con l’autobiografia dell’autore.
Diciamo che il lettore è spiazzato fin dall’inizio, specie quel lettore che non conosce ancora Paolo Nori e, quindi, non ha idea di cosa troverà tra le pagine.
Ebbene questo lettore o questa lettrice troverà: l’autore, lui, Paolo Nori. Lo troverà al suo fianco a raccontare quanto gli è capitato nella sua vita, così come farebbe un amico ad un altro amico incontrato per strada.
Perché la scrittura di Nori ha questo di bello e innovativo: parla ai lettori, parla con voce fisica le parole di un uomo che si presenta come un uomo qualunque, uno a cui sono capitate delle cose ordinarie come quelle che capitano a tutti.
La particolarità sta tutta nel fatto che non è vero che gli sono capitate le cose che capitano a tutti perchè sono le scelte di vita che lui ha fatto a renderlo un uomo molto diverso dal resto del mondo specie di quello letterario.
Questo libro, dicevo, è un’autobiografia conclamata ma Paolo Nori per presentarsi al suo pubblico sceglie di farlo attraverso le parole del suo poeta e amico di cui segue la spirale apparentemente casuale degli eventi e vi innesta le sue considerazioni e le sue scelte.
Si osservi questa presentazione dell’ambiente in cui l’autore dice di avere abitato e lavorato nei primi tempi della sua scrittura:

“I primi mesi che provavo a scrivere, nel 1996, io mi ricordo esattamente la posizione del mio computer, abitavo a Parma, al numero 3 di via Caduti di Montelungo, tra largo Dispersi dell’Egeo, viale Dispersi e Morti in Russia, via Martiri di Cefalonia, via Sette fratelli Cervi e via Anna Frank, e avevo il computer su un tavolo che era contro un muro, e scrivevo guardando questo muro e la mia attenzione era tutta verso l’alto, il triangolo che percorrevo per ore, nella mia testa, era tra me, il computer e il cielo della letteratura da dove cercavo di tirar giù quelle parole, quelle espressioni, quella sintassi e quel lessico leggeri, straniati, nuovi e antichi allo stesso tempo che avrebbe fatto di me un maestro di stile, e scrivevo in una lingua dalla quale non si capiva, non si doveva capire, che io ero di Parma, nel cielo della letteratura non c’era Parma, non c’eran confini comunali, provinciali, regionali, c’eran delle altre cose, c’era il premio Nobel, c’eran dei busti un po’ impolverati, c’era la legge Bacchelli e dietro, là in fondo, c’era la crusca, e i cruscanti, che si intravedevano appena ma restava il dubbio sulla loro natura a metà tra l’umano e il divino, delle cose così..”
La scelta della toponomastica che riporta con puntualità, direi con pedanteria, fa da pendant al tipo di scrittura che ipotizza egli, l’autore, pensasse di dovere utilizzare: una lingua per morti.
Non vedo modo più efficace per introdurre e giustificare quella che sarà poi la sua scrittura, quella che adopererà in questo come anche in altri libri, persino nei saggi letterari.
Nori sceglie di usare il parlato, ma non un parlato rivisitato in chiave letteraria ma un parlato vero quello che lui usa di solito con le persone di Parma e con gli amici. Perché dovrebbe essere diversa la sua scrittura? Se sta parlando di sé è chiaro che deve presentarsi esattamente in situazione.
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Ecco, scrive come parla con moltissimi anacoluti tipici, si può ipotizzare, del parlato di Parma.
C’è da fare una riflessione in proposito: si è parlato di scelta. Questa è infatti una sua scelta letteraria ben precisa, cosa che chiarirà più avanti, nel corso della narrazione dicendo che la lingua italiana è dicotomica: una per il parlato e una per lo scritto e tale è rimasta fin dal Rinascimento. Ed è in questa dicotomia che Nori fa la sua scelta di scrittura.
Il suo modello di riferimento non è l’italiano come si è venuto configurando a partire dal Rinascimento con una forma elegante e aulica, è invece Dante Alighieri, quel nostro poeta che seppe riscattare il “parlato” di Firenze, per scrivere un’opera grandiosa e porre le basi solide su cui costruire la nostra letteratura.
Pertanto, in quest’opera di Nori noi lettori veniamo presi per mano e introdotti nell’ambiente quotidiano parmense, quello in cui il poeta ha vissuto e ha scritto e vive e scrive ancora.
Nori parla della sua esperienza di studioso di letteratura russa e dell’amore che lo lega agli autori russi. C’è un legame strettissimo anche con le forme che i letterati russi pongono in essere nelle loro opere. E questo Nori lo chiarisce bene: la letteratura russa prima di Puskin non esisteva. Puskin è il primo scrittore che scrive in russo. Ma in Russia non esisteva una “lingua scritta” ma solo parlata. E quindi è la lingua parlata che assurgerà da quel momento in poi a lingua anche letteraria.

Mi è sembrato che Nori abbia voluto anche in questo fare un parallelismo sperimentando lui stesso il parlato parmense per scrivere la sua opera.
Se però vi chiedete: di cosa tratta questo libro? Non si può rispondere che tratti di una storia, perché una storia vera e propria non c’è. Ma c’è l’ambiente di nascita dell’autore, la descrizione del rapporto con il padre e la madre e soprattutto con la nonna Carmela che assurge a medium di conoscenza tra lo scrittore e il mondo esterno e connota tutto quel mondo contadino emiliano. E ancora c’è il racconto del suo rapporto con Togliatti, la moglie che ha sempre ragione, e con Battaglia, la figlia che non esita, come tutte le adolescenti ad avere col padre un rapporto filiale rovesciato in cui sono ribaltati i ruoli. E soprattutto c’è visione del mondo e della sua bellezza. Per questo mi pare che il libro di Paolo Nori si possa definire una visione ottimistica del mondo. La bellezza di ogni piccolo atto o anche di una sola parola è il leitmotiv che attraversa tutta l’opera. Finalmente, oserei dire, un autore ci presenta un libro non di conflitti ma di autentici rapporti che nella loro quotidianità ci parlano dell’universale.

E’ un bel libro. Vi invito a leggerlo, capirete molto sul rapporto che lega un uomo alla parola e al suo legame fortissimo, attraverso questa, con la rappresentazione dell’universo dell’umano. E se qualcuno avesse ancora dei dubbi di questo tipo: a che serve la letteratura? forse qui potrà trovare una risposta convincente. Nota biografia: https://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Nori#Biografia


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