Poesie per tutti: Quando Dio creò l’amore

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In questo post ‘Poesie per tutti: Quando Dio creò l’amore‘ è possibile riflettere sull’importanza della poesia. Forse uno scrittore esordiente potrebbe leggere con attenzione l’articolo dell’autore di codesta rubrica. Sono sicuro che un’attenta lettura può tornare utile per rivisitare le proprie opere con una più accurata analisi. Un augurio cordiale a tutti gli esordienti per un successo letterario.

Ernesto de Feo
Quando Dio creò l’amore
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Ernesto de Feo

Quando Dio creò l’amore di C. Bukowski

​Quando Dio creò l’amore non ci ha aiutato molto
quando Dio creò i cani non ha aiutato molto i cani
quando Dio creò le piante fu una cosa nella norma
quando Dio creò l’odio ci ha dato una normale cosa utile
quando Dio creò Me creò Me
quando Dio creò la scimmia stava dormendo
quando creò la giraffa era ubriaco
quando creò
i narcotici era su di giri
e quando creò il suicidio era a terra

Quando creò te distesa a letto
sapeva cosa stava facendo
era ubriaco e su di giri
e creò le montagne e il mare e il fuoco
allo stesso tempo

Ha fatto qualche errore
ma quando creò te distesa a letto
fece tutto il Suo Sacro Universo.


( Traduzione di S.Viciani)

La poesia che leggiamo oggi, in italiano si intitola “Quando Dio creò l’amore”. Il titolo originale è però “Yes Yes” e nella nostra lingua sposta il peso del testo verso una narrazione che va verso la creazione. “Yes Yes”, invece, è un grido, un’esclamazione. È il finale prima ancora che il lettore cominci a leggere.

Charles Bukowski (Andernach, 1920 – Los Angeles, 1994) è uno dei nomi più discussi della letteratura americana del Novecento. Tedesco di nascita, americano di formazione , ha costruito nel corso della vita un’opera — oltre sessanta libri tra romanzi, racconti e poesie — che ruota ossessivamente attorno agli stessi poli: l’alcol, le donne, la scrittura, la sconfitta, la sopravvivenza.

La corrente letteraria a cui viene spesso associato è il cosiddetto “realismo sporco” (dirty realism), un minimalismo che non risparmia al lettore i dettagli più triviali e sordidi della realtà.

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Ma Bukowski è anche qualcosa di più sfuggente. Ha sempre rifiutato le etichette, compresa quella di poeta beat con cui veniva spesso accostato. La sua forza sta nell’autoemarginazione consapevole, nel fare della vita ai margini non solo un tema ma uno stile di vita.

“Quando Dio creò l’amore” compare nella raccolta Love is a Dog from Hell (1977), il cui titolo — L’amore è un cane che viene dall’inferno — dice già tutto sulla visione bukowskiana dell’amore: qualcosa di feroce, di imprevedibile, di doloroso. Eppure la raccolta contiene anche momenti di tenerezza improvvisa, e “Quando Dio creò l’amore” è uno dei più sorprendenti.

La poesia costruisce il suo effetto su un’ ossessiva ripetizione: “quando Dio creò…“). Ha un andamento quasi da preghiera, da catechismo, da litania. Ma il contenuto è tutt’altro che religioso.

Bukowski passa in rassegna le creature e le condizioni dell’esistenza — l’amore, i cani, le piante, l’odio, se stesso, la scimmia, la giraffa, i narcotici, il suicidio — con un progressivo abbassamento del tono che è anche una preparazione al finale. Ogni verso ci dice che Dio era assonnato quando creò la scimmia, ubriaco quando creò la giraffa, fatto quando creò i narcotici, a terra quando creò il suicidio. Per Bukowski Dio non è onnipotente né benevolo: è un artigiano mediocre, spesso in preda ai suoi stessi vizi.



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Il verso-cardine della poesia è quello che il poeta dedica a se stesso::

…quando Dio creò Me creò Me…

Nessun aggettivo, nessun giudizio, nessuna spiegazione. Dio creò Bukowski, e Bukowski fu Bukowski. È il verso più ironico e insieme più preciso dell’intero testo dove ogni creazione è accompagnata da un fallimento o da uno stato alterato, l’autocreazione è semplicemente se stessa. Nessuna scusa, nessuna gloria.

Tutta la poesia è un’escalation per contrasto. Bukowski comincia con l’amore — la cosa più grande, quella che ci si aspetterebbe fosse il capolavoro divino — e la declassa subito: ” …non ci ha aiutato molto..“. Già qui, in apertura, la tonalità è stabilita: il registr viene sistematicamente declassato ad un linguaggio da bar, da una franchezza quasi oggettiva.

La discesa attraverso le creazioni genera un effetto di attesa. Il lettore capisce che ogni voce del catalogo sarà accompagnata da una nota stonata, da una caduta. Questo crea una specie di suspense— quando arriverà la creazione perfetta? Esiste?

E poi, a sorpresa, arriva “creò te distesa a letto“. La persona amata. E qui il meccanismo si inverte completamente:

Quando creò te distesa a letto

sapeva cosa stava facendo

era ubriaco e su di giri

e creò le montagne e il mare e il fuoco

allo stesso tempo



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Dio era ubriaco e fatto anche lì — ma questa volta lo sapeva. Questa volta era intenzionale. E in quella condizione alterata ha creato non solo la persona amata ma le montagne, il mare e il fuoco allo stesso tempo. Il corpo umano amato diventa una creazione cosmica, equivalente alle grandi meraviglie naturali, anzi superiore: è la cosa che ha richiesto tutta l’ebbrezza del divino.

Il finale della poesia è la cosa più audace e più discussa della poesia. Dopo aver ammesso che Dio ha fatto molti errori, Bukowski chiude così:

Ha fatto qualche errore

ma quando creò te distesa a letto

fece tutto il Suo Sacro Universo.

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L’immagine è esplicita e volutamente blasfema. Il sacro e il volgare si toccano in un unico verso che è, a seconda di come lo si legge, una provocazione o una dichiarazione d’amore assoluta.

Bukowski però non sta scegliendo. L’ironia porta alla sincerità anzi la rende vera per chi non si fiderebbe di una dichiarazione d’amore diretta. Bukowski non è un romantico nel senso convenzionale. Ma sa fare questo: trasformare l’osceno in cosmico, il corporeo in divino, la bestemmia in preghiera. Il finale della poesia è forse la dichiarazione d’amore più sincera che abbia mai scritto, proprio perché arriva travestita da battuta.

Quando Dio creò l’amore “ è una poesia che resiste al tempo per una ragione semplice: parla della difficoltà di dire ti amo senza sentirsi ridicoli. Bukowski scrive una poesia ironica per nasconderci dentro qualcosa di autentico: la meraviglia e l’infantile stupore di fronte a una persona amata. L’amore arriva travestito da irriverenza. Alla domanda implicita che percorre tutta la poesia: esiste qualcosa per cui valga la pena che Dio si sia preso la briga di creare il mondo? La risposta di Bukowski è “Yes Yes”.


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