In questo post ‘Poesie per tutti: PAROLA di Salvatore Quasimodo‘ è possibile riflettere sull’importanza della poesia. Forse uno scrittore esordiente potrebbe leggere con attenzione l’articolo dell’autore di codesta rubrica. Sono sicuro che un’attenta lettura può tornare utile per rivisitare le proprie opere con una più accurata analisi. Un augurio cordiale a tutti gli esordienti per un successo letterario.
Ernesto de Feo
PAROLA di Salvatore Quasimodo

PAROLA di Salvatore Quasimodo
Tu ridi che per sillabe mi scarno
e curvo cieli e colli, azzurra siepe
a me d’intorno, e stormir d’olmi
e voci d’acque trepide;
che giovinezza inganno
con nuvole e colori
che la luce sprofonda.
Ti so. In te tutta smarrita
alza bellezza i seni,
s’incava ai lombi e un soave moto
s’allarga per il pube timoroso,
e ridiscende in armonia di forme
ai piedi belli con dieci conchiglie.
Ma se ti prendo, ecco:
parola tu pure mi sei e tristezza.
La poesia di oggi è tratta dalla raccolta “Oboe sommerso” (1930-1932) di Salvatore Quasimodo e segna uno dei momenti più alti della sua produzione poetica.
In essa il poeta siciliano si interroga e medita sulla parola- la parola poetica-. Come tutti sappiamo la parola “ poesia “ deriva da un verbo greco che si può tradurre in “ creare” e proprio da questo assunto parte il componimento di Quasimodo.
Il dialogo inizia già dai primi versi:
“Tu ridi che per sillabe mi scarno
e curvo cieli e colli, azzurra siepe
a me d’intorno, e stormir d’olmi
e voci d’acque trepide;”
Il poeta si rivolge alla parola e le dice: Tu ridi di me che mi scarnifico per te, mi consumo per te per darti forma e suono ( “ per sillabe mi scarno” ), io che tento di ricreare il mondo, il cielo, i colli, l’azzurra siepe ( eco leopardiana?), il fruscio degli olmi, le acque tremanti”. Questa è la forza creatrice della poesia cioè dare vita con le parole.
Ma la parola, mentre il poeta la usa, lo guarda ironicamente, perché sa che ciò è tutto illusione…
“che giovinezza inganno
con nuvole e colori
che la luce sprofonda.”
La giovinezza di Quasimodo viene ingannata cioè ricreata illusoriamente con le immagini poetiche ( con nuvole e colori ) ed egli è consapevole che la bellezza descritta ed evocata è solo un riflesso, non la realtà ( la luce sprofonda ) e quindi, la vita autentica, reale, viene persa e si allontana per tener dietro alla lingua.
Ti so. In te tutta smarrita
alza bellezza i seni,
s’incava ai lombi e un soave moto
s’allarga per il pube timoroso,
e ridiscende in armonia di forme
ai piedi belli con dieci conchiglie.
In questa parte mediana del componimento, la parola assume l’immagine del corpo femminile in quanto la bellezza si incarna nella lingua e prende forme sensuali, vive, quasi fisiche. La parola è una donna con un corpo armonioso, misterioso, desiderabile. Sembra quasi che Quasimodo si rifaccia, in un certo qual modo, al famoso dipinto della Venere di Botticelli ( …ai piedi belli con dieci conchiglie…). Questa bellezza, questa sensualità sono la potenza della parola, della poesia di dare forma alla descrizione: la parola è la materia con cui il poeta dipinge e scolpisce l’immagine del mondo.
Ma se ti prendo, ecco:
parola tu pure mi sei e tristezza.
In questi versi finali c’è la svolta di tutta la poesia: il disinganno.

Quando il poeta cerca di afferrare la bellezza descrittta, di possederla, scopre che non è che parola; non realtà ma suono, illusione, eco. E da questa consapevolezza nasce la tristezza del poeta perchè tutto ciò che egli ama e nomina si trasforma in parola cioè in un segno che non è più la vita. Questo finale assume la forma di una confessione che Quasimodo offre ai suoi lettori ed esprime anche la sua condizione di poeta che è “condannato” a cercare la verità nella parola sapendo che essa è sempre solo un’approssimazione della vita.
La poesia “Parola” fu composta tra il 1930 e il 1932, in un periodo in cui Gabriele D’Annunzio, ancora vivente, incarnava il vertice di una poetica fondata sull’esaltazione sensuale e musicale del linguaggio. Per il Vate, la parola era suono e ritmo, ornamento e bellezza; essa non rinviava a un significato ulteriore, ma coincideva con la vita stessa, con la pienezza dell’esperienza estetica. In D’Annunzio, dunque, la parola si fa carne e celebrazione del mondo, strumento di una fusione totale tra arte ed esistenza.
Diversamente, in Quasimodo la parola si carica di una tensione opposta: essa non è più luogo di splendore ma di silenzio, non più strumento di rappresentazione ma di ricerca. In “Parola”, il poeta opera una radicale riduzione del linguaggio, lo scarnifica fino a metterne in luce la fragilità e il limite. La parola non è più ornamento ma reliquia, segno della distanza fra l’uomo e le cose, fra l’essere e il dire. In tal senso, Quasimodo si colloca appieno nella poetica ermetica, nella quale la parola non si esaurisce nel suono o nell’immagine, ma si fa simbolo di un’esigenza conoscitiva e spirituale, segno di una condizione esistenziale segnata dal silenzio e dalla solitudine.
Nota Biografica: Salvatore Quasimodo nacque a Modica, in provincia di Ragusa, il 20 agosto 1901, da Gaetano e Clotilde Ragusa. Trascorse l’infanzia in Sicilia, in un ambiente segnato da povertà, natura aspra e luminosa, e da un profondo senso di solitudine e attaccamento alla propria terra — elementi che rimarranno costanti nella sua poesia.
Nel 1908, a seguito del terremoto di Messina, la famiglia si trasferì più volte per motivi di lavoro del padre, ferroviere, fino a stabilirsi a Messina. Qui Quasimodo frequentò l’Istituto tecnico “A.M . Jaci”, mostrando un precoce interesse per la poesia e per la musica.
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Nel 1919 si trasferì a Roma per studiare ingegneria, ma presto abbandonò gli studi per difficoltà economiche. Lavorò come tecnico presso il Genio Civile, spostandosi tra varie città italiane (Reggio Calabria, Genova, Milano).
Durante questo periodo, iniziò la sua attività letteraria, entrando in contatto con ambienti culturali vivaci e conoscendo figure centrali dell’Ermetismo, come Eugenio Montale, Alfonso Gatto e Carlo Bo.
Nel 1930 pubblicò la sua prima raccolta, Acque e terre, cui seguirono Oboe sommerso (1932) e Erato e Apollion (1936). In questi testi si definisce la sua adesione all’Ermetismo: una poesia concentrata, essenziale, in cui la parola diventa simbolo e silenzio, luogo di introspezione e di ricerca metafisica.
Dopo il 1942, con la raccolta Ed è subito sera, la sua poesia subì una svolta. Gli eventi tragici della Seconda guerra mondiale e la presa di coscienza del dolore collettivo lo portarono a una poesia più aperta e solidale.
Con Giorno dopo giorno (1947) Quasimodo abbandonò l’ermetismo più rigoroso per un linguaggio più diretto, in cui la parola diventa strumento di denuncia morale e civile. In questi anni si affermò anche come traduttore dei lirici greci e latini, dei poeti spagnoli e di Shakespeare, mostrando una profonda conoscenza della tradizione classica e moderna.
Nel 1959 gli fu conferito il Premio Nobel per la Letteratura, con la motivazione di aver “espresso con ardente classicità la tragica esperienza della vita dei nostri tempi”. Il premio consacrò Quasimodo come una delle voci più alte della poesia europea del Novecento.
Negli ultimi anni continuò la sua attività di scrittore, critico e conferenziere, pubblicando La vita non è sogno (1949), Il falso e vero verde (1956), Dare e avere (1966).

Morì a Napoli il 14 giugno 1968, a causa di un’emorragia cerebrale.
La poesia di Quasimodo si distingue per l’evoluzione dal linguaggio ermetico — essenziale, simbolico, carico di silenzi — a una forma di lirismo più aperta e civile.
Il suo percorso segna il passaggio dalla solitudine del poeta alla partecipazione alla storia e al dolore dell’umanità. La parola, da segno di isolamento, diventa così strumento di comunione e responsabilità.



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Il monologo, più che dialogo, rivolto dal poeta alla parola, non più strumento dell’arte espressa ed articolata nella poesia, ma presenza concreta, culminate in una riflessione di Quasimodo che si declina in un crescendo che, partendo da una posizione di sfida alla parola, smascherata nella flagranza dell’inganno solitamente usato, lascia quel senso di amarezza in chi, come il poeta, forse sperava di sbagliarsi, provocando una reazione un sussulto, ma poi sfumando verso la consapevolezza del disincanto, rassegnato… Inesorabile..