Le vie dell’Eden

Le reali possibilità per uno scrittore esordiente di pubblicare il proprio libro

MARIA ROSA GIANNALIA

Le  vie dell’Eden
di Eshkol Nevo

Le vie dell’Eden

di Eshkol Nevo

Casa editrice: Neri Pozza

Collana: Bloom

Pagine: 256

Tradotto da: Raffaella Scardi

Prezzo: €18,00

Scritto nel febbraio 2022 è l’ultimo libro in ordine cronologico di Eshkol Nevo e, anche, credo, il più complesso. Infatti ho voluto, in questo mio articolo, tentare un’analisi per comprendere a fondo non solo il fil rouge che collega i tre racconti, ma anche il senso sotteso a tutta la narrazione.

La quale si presenta solo in apparenza semplice e discorsiva. In realtà è molto articolata e metaforica, il che non rende la lettura/comprensione immediatamente fruibile. Tuttavia, se avrete la pazienza di leggere fino in fondo, forse non penserete di avere perso il vostro prezioso tempo, anche perché, mi è sembrato che in questo romanzo Nevo abbia voluto comprendere l’animo dello spirito ebraico, quello che guida e giustifica le azioni di ogni uomo/ donna appartenente a questa cultura intrisa profondamente di religiosità attraverso la quale interpretare il mondo.

   Attenzione: nella prima parte di questo articolo sono riportati le trame dei tre racconti ricostruiti in ordine temporale per una maggiore chiarezza di esposizione dell’analisi successiva. Pertanto chi non avesse ancora letto il libro e desidera leggerlo senza mediazioni di sorta, rimandi la lettura di queste pagine ad un momento successivo. La biografia dell’autore si trova in calce all’articolo.

La trama di questo libro è tripartita: sono presenti tre maxi-racconti apparentemente indipendenti l’uno dall’altro, tenuti insieme da un tenue filo a carico di personaggi che vengono ripresi solo per citazione nei tre racconti.

PRIMO RACCONTO

   Il primo racconto dal titolo La via della morte ci presenta il protagonista di nome Omri, musicista che, separatosi dalla moglie, decide di recarsi per un viaggio a La Paz in Bolivia dove incontra una ragazza, Mor, sposata con Ronan. I due sono in luna di miele. Ma tra Mor e Omri accade qualcosa di strano: la ragazza va a trovare Omri di notte nella sua stanza e con lui si intrattiene a lungo in una visita affettuosa durante la quale gli confida il suo rapporto non buono col marito. Omri si sente particolarmente attratto dalla donna, ma indeciso se rimanere con lei o no, decide di andar via e ritorna in Israele. Dopo il suo ritorno apprende casualmente che Mor è rimasta vedova, quindi va a trovarla durante la shivah, il periodo del lutto. 

   Le cose precipitano quando la donna scappa da casa sua dove invece dovrebbe stare per le visite del lutto e di notte si incontra con Omri col quale ha una storia di sesso molto coinvolgente durante la quale lei racconta in flash-back i particolari della morte del marito. Dice di volere continuare a stare con Omri e lo segue a casa di quest’ultimo. Ma ad attendere la coppia ci sono dei poliziotti che li portano in prigione perché accusano Mor della morte del proprio marito e Omri di complicità.

   Omri riesce, per il tramite della moglie divorziata, a contattare un avvocato il quale lo invita a scrivere in una specie di narrazione in terza persona e in ordine cronologico, la storia e tutti i particolari che lo riguardano. Solo per l’intervento della madre di Omri che recupera una testimonianza a favore del figlio, quest’ultimo riesce ad essere scagionato, mentre la donna, condannata, rimane in prigione.

I piani temporali

Nel primo tempo: La narrazione si dipana attraverso tre piani temporali intrecciati dove la narrazione procede a ritroso a partire dal momento in cui Omri apprende la notizia della morte di Ronan; 

nel secondo tempo: in flash-back Omri invita Mor a raccontare la storia in terza persona per potere meglio cogliere, attraverso una distanza emotiva, la sua stessa storia e metterla in ordine e capire se c’è una responsabilità di quest’ultima nella morte di suo marito ( lo ha spinto lei nel burrone?);

nel terzo tempo: Omri torna a casa sua con l’amante ma trova ad attenderli la polizia che li preleva e li traduce in carcere. Omri riesce, per il tramite del suo avvocato a uscire e poi a dimostrare la sua innocenza tramite la testimonianza di un lontano amico. Si libera così dal tentativo di Mor di volerlo coinvolgere nella morte del marito. Mor infatti gli chiede di testimoniare il falso.  Omri riesce ad essere assolto, mentre Mor viene condannata.   Conclusione: il protagonista Omri riprende ad insegnare musica ma attraverso una rilettura in chiave    psicologica profonda capisce che tutta la sua relazione con Mor gli ha permesso di vedersi dal di dentro per ciò che lui è veramente:

Ho pensato che negli occhi di Orna ( la sua ex moglie) avevo visto di continuo cosa non ero. Negli occhi di Mor, invece avevo visto cos’ero. E con il tempo diventiamo ciò che l’altro vede in noi”

   Il finale della storia è aperto: Omri riceve un pacchetto con un disco in cui è segnata la traccia della canzone “ Let in love in” che il protagonista ascolta attentamente. Poi si accorge che in un minuscolo post-it c’è la scritta: non aspettarmi”. Ma Omri sa benissimo che sarà fuori ad aspettarla quando lei uscirà dal carcere.

   Questo primo racconto è tripartito come è tripartita la struttura del libro. Potremmo infatti ricondurre questa prima parte a un modello di questo tipo

 

La narrazione è giocata attraverso questi tre personaggi, fulcro della vicenda. La struttura si regge sulla ripetizione del numero tre.

SECONDO RACCONTO

Storia familiare

   In questo racconto si ripete lo schema narrativo del primo: i personaggi sono tre: l’io narrante Asher, medico, Liat, la specializzanda, Niva la moglie morta.

   La trama si articola attraverso un fatto che è il dispositivo drammatico della storia stessa: la strana relazione tra il protagonista Asher, medico ospedaliero, primario, e una specializzanda Liat, giovane universitaria molto promettente ed attenta al suo lavoro in reparto. All’interno di questo continuo rapportarsi tra i due ,c’è la presenza ossessiva della moglie del protagonista, io narrante Asher, che si rivolge a lei e in un dialogo immaginario e continuo.

   Questo il fatto: Asher incontra una specializzanda assegnata al suo reparto, certa Liat, giovane venticinquenne, con la quale egli ritiene di avere molte affinità. Si frequentano all’interno dell’ospedale durante le pause-pranzo o le pause-caffè. La ragazza è molto disinvolta. Una sera la ragazza si reca a casa del medico per restituirgli uno stetoscopio. E’ molto stanca e chiede di riposarsi un po’. Il medico le versa un aperitivo, lei beve e si addormenta. Il medico in un eccesso di tenerezza paterna la ricopre con una coperta e, nel farlo tocca la sommità del seno della ragazza, la quale si sveglia, si alza e, infuriata, torna a casa sua. Asher da lì a qualche giorno apprende che la ragazza ha presentato un esposto al direttore amministrativo dell’ospedale per molestie sessuali, esposto che farebbe rischiare il licenziamento al medico. Il direttore gli consiglia di assumere un avvocato difensore. L’avvocato che Asher assume lo invita a mettere per iscritto in ordine temporale e con tutti i particolari la vicenda accaduta senza nulla omettere. Asher non si rassegna ad essere stato frainteso perché prova, dice lui, un autentico amore paterno per la ragazza. Così ricorda di essere stato donatore di sperma mentre era ancora giovane e scopre che la madre di Liat è stata inseminata artificialmente. Pertanto, da tanti particolari e dalla prova del DNA, egli evince che Liat è sicuramente sua figlia. Usando questo fatto come deterrente, Asher fa capire alla madre di Liat che sarebbe bene che questa ritirasse l’esposto. Cosa che avviene e che permette al medico di uscire indenne dalla vicenda. 

   I piani temporali: anche in questo secondo racconto i piani temporali procedono per flash-back, sia nel racconto scritto che Asher fa all’avvocato, sia nel dialogo immaginario che lo stesso ha con la moglie morta, in un continuo alternarsi passato-presente.

   Come per il primo racconto anche in questo secondo si può schematizzare la narrazione come segue:

   Il protagonista sposta continuamente il dialogo dall’una donna (Liat) all’altra (Niva, la moglie morta) con un continuo alternarsi di pensieri che si rimandano dall’una all’altra. I ricordi si palesano nell’immediatezza del pensiero e si trasformano in realtà, come se questa fosse un’altra seconda realtà. Questo continuo andirivieni dall’una all’altra donna genera straniamento, soprattutto nel lettore, almeno fino a quando la risoluzione interviene ad opera di Liat che non torna più in ospedale ma si recherà in missione in Bolivia. (Ecco qui il legame geografico solo citato con il primo racconto). Il protagonista potrà occuparsi finalmente di sé stesso e della sua famiglia composta dalla figlia e dal figlio maschio Assaf che vive a Montréal, dove il protagonista, invitato, si recherà a trovarlo.

TERZO RACCONTO

Un uomo entra nel frutteto 

Il fatto

   Questo terzo racconto si svolge a Tel Aviv (o a Gerusalemme?). La protagonista e io narrante è una donna, moglie di Ofer, protagonista maschile, che non si autonomina nel corso di tutta la narrazione. Conosciamo il suo nome solo a fine racconto. Il suo nome è Heli. Lei ci racconta che è trascurata dal marito: da diversi mesi ormai lui non la tocca ed elude tutte le sue iniziative di approccio sessuale. Lei ha un amante di nome Dan col quale ha una relazione clandestina solo di carattere sessuale. 

   Durante una passeggiata di sabato mattina nei pressi di un frutteto, Ofer, il marito, chiede a sua moglie, la protagonista, di aspettarlo perché deve espletare una necessità corporale incombente e le lascia il suo cellulare dicendo che sarebbe stato di ritorno da lì a poco. Invece scompare misteriosamente e dopo qualche ora, la moglie si preoccupa e anche lei si inoltra nel frutteto alla ricerca del marito. Alcuni passanti, vedendola preoccupata, l’aiutano nella spasmodica ricerca. Ma non approdano a nulla. Viene avvisata la polizia che interviene subito. Vengono ritrovati tutti i capi di vestiario e le scarpe dello scomparso Ofer ma quest’ultimo  non viene ritrovato né vivo  né morto. La scomparsa misteriosa getta nel panico la moglie che è determinata a conoscere la verità. Richiama dal campo militare, dove si è arruolata, la figlia diciassettenne che torna a casa tutti i fine-settimana.

   La moglie di Ofer deve affrontare anche un’altra situazione molto grave: la depressione del figlio Matan che, dopo la scomparsa del padre si acuisce maggiormente. Le ricerche continuano ancora a lungo ma inutilmente. Il figlio Matan rivela allora alla madre di essere stato al corrente della relazione di quest’ultima e di averne parlato al padre prima che questi scomparisse. Matan immagina che la cosa abbia potuto sconvolgere il padre contribuendo alla motivazione della sua scomparsa. Per evitare una convivenza imbarazzante, la madre asseconda la volontà del figlio di allontanarsi da casa e lo accompagna in un collegio dove lui potrà proseguire gli studi nella speranza di una sua ripresa dalla depressione. Ma il ragazzo tenta il suicidio dopo avere assunto una droga (la Ketamina, detta anche droga della festa) buttandosi da una finestra dell’istituto. La madre, dopo che Matan si riprende dal coma, lo fa ritornare a casa ma nel frattempo non si rassegna alla scomparsa del marito e continua le ricerche per conto proprio dopo che la polizia ha archiviato il caso. A questo punto entra in scena un altro personaggio Pua Ochaion, ex amante di Ofer che Heli convoca nell’intento di trovare elementi che possano aiutarla nelle ricerche.

   In una mattina di domenica, quando i due figli sono in casa e al mattino sembra che siano entrambi tranquilli, la donna esce e si reca in quello stesso frutteto nel quale è scomparso il marito.

   Adesso il racconto assume un duplice aspetto: il primo si sostanzia in una narrazione della realtà come apparirebbe a chiunque, l’altro invece in un sogno. La donna, dopo essere entrata nel frutteto e avere raccolto un frutto particolare e bevuto il suo succo, scorge una tenda rossa stesa tra due alberi, una specie di sipario che separa il territorio libero da quello riservato. Infatti, quando fa per attraversarlo viene fermata da alcuni guardiani che lei chiama “Pantere” o almeno così lei le percepisce, le quali le chiedono la parola d’ordine che lei però non conosce. Ciononostante, eluse le pantere, lei riesce ad entrare mettendosi sulle tracce di una musica il cui suono si fa sempre più intenso e sempre più ad alto volume. Sembra essere quello di una festa. Quando finalmente arriva nei pressi del luogo da cui quella musica proviene, scorge una moltitudine di gente che balla completamente nuda. Anche lei viene invitata a togliersi tutti i vestiti di dosso e di mescolarsi a quella folla che esegue delle danze frenetiche e sensuali. In questa folla non si percepiscono con chiarezza gli uomini e le donne, tutti sembrano essere in contemporanea l’uno e l’altro. A dare corpo e ragione alle danze c’è un Deejay che cambia disco per fare ballare tutti. La donna lo percepisce come un Dio, ma non il Dio biblico ma di altro genere. Quello è un luogo speciale: il PARDES, cioè il giardino, l’Eden, il paradiso, dove non c’è più alcun dualismo, né uomo né donna, ma l’UNO. Tutto si fonde nell’unità. E se lei vorrà partecipare alla rivelazione dovrà prendere una pasticca.

   Dopo qualche momento, la donna viene invitata ad appartarsi con un uomo che la conduce al di là di una tenda viola dove sopra una stuoia avviene un amplesso. Ma prima l’uomo le chiede se vuol essere una donna o un uomo. Lei sceglie di essere un uomo e l’orgasmo che prova è quello di un uomo. E’violento e breve, profondo e penetrante. Per niente somigliante all’orgasmo femminile. In questo mondo onirico, Heli incontra diverse persone tra cui il dottor Caro (protagonista del secondo racconto) che la invita a ballare con fare paterno. E volteggiando in quella selva di corpi che formano un corpo multiplo, escono dalla mischia e si inoltrano in un sentiero fatto di schegge di marmo puro finché non arrivano nei pressi di una capanna con un tetto alto dove è collocata una scala a pioli altissima. Il dottor Caro la lascia e le dice che dovrà percorrere da sola da lì in poi. Ma i pioli di quella scala non finiscono mai e la donna continua a salire per raggiungere la cima ma quando Heli, sfinita, sta per abbandonare l’impresa, la scala si trasforma in una scala mobile alla sommità della quale c’è una DJ.

Nella capanna del bagnino c’è una DJ che è Dio , e Dio che è una DJ, in effetti è logico, chi controlla la colonna sonora controlla il mondo, e la DJ ha dei pantaloni bianchi svolazzanti e una camicia nera e una postazione con due piatti e un portatile e tutta la strumentazione necessaria, e grosse cuffie nere alle orecchie e una visuale perfetta sul corpo multiplo […] e io aspetto che il cambio si concluda.

Heli si rivolge a lei per chiederle dove sia il marito. Il Dj- Dio le risponde che glielo rivelerà ma che poi lei stessa dovrà morire. La DJ si mette a piangere, dicendo che le dispiace moltissimo e il suo pianto inonda il corpo multiplo che non smette di ballare. La DJ allora le rivela che un anno prima Ofer era venuto in quel luogo e i guardiani lo avevano lasciato passare perché uno di loro lo conosceva. Gli avevano dato la pillola e lui aveva iniziato a ballare sfrenatamente e anche lui aveva avuto un amplesso e anche lui aveva provato la sensualità femminile. Ma poi forse a causa della pasticca, si era sentito male e nessuno aveva potuto soccorrerlo né portarlo in ospedale perché quella festa per lo stato di Israele non esisteva e neppure la pasticca che era una pasticca proibita e persino la sua produzione era proibita, e nessuna autorità avrebbe tollerato una cosa di questo tipo, la mancanza, cioè, di suddivisione dei sessi. E’un fatto estremamente eversivo che nessun potere può controllare. Il Dio-DJ prende un coltellino per recidere l’arteria giugulare di Heli, ma lei salta giù e atterra morbidamente al suolo della capanna sottraendosi alla morte. Corre fuori dal frutteto inseguita dalle pantere. Fino a quando, sfinita, cade in terra.

   Al suo risveglio, Heli è circondata dai figli, è vestita e comunica ai figli che il loro padre è morto.

   Il racconto si conclude con Heli che scrive l’ultimo racconto mancante – avrebbero dovuto essere cento i racconti che il marito si dilettava di scrivere- e, finalmente, riesce a scriverlo lei. Il racconto si intitola: Buco e tratta di una maglietta che il marito aveva indossato e che lei non vuole indossare più perché ha un buco al centro vicino al cuore. Ma quel buco è una opportunità e così pensa:

Se prende la maglietta dal sacchetto di plastica per sentire nostalgia, non può non vedere che manca quello che avrebbe dovuto stare dove c’è il buco. Ha impiegato anni a capire che un buco è anche qualcosa attraverso cui si può vedere.

I piani temporali

   Tutto il racconto, costruito in flash-back, non è altro che il racconto messo per iscritto da Heli, la moglie. Lei ha perso la parola e poiché non riesce a parlare, viene invitata dall’investigatrice Tirza a scrivere il suo ricordo per ricostruire tutta la vicenda. Ma nel racconto scritto i piani temporali si intersecano continuamente: passato e presente si rincorrono per tutta la durata del racconto. Non è facile ricostruire gli avvenimenti.

 La costruzione della storia

   La storia è costruita essenzialmente sul racconto di Heli, sui suoi ricordi, sul suo malessere di moglie e sulla sua preoccupazione per i figli, specie per Matan, sulle sue azioni e su quelle dei suoi figli, sui rapporti con tutti i personaggi compresa Pua Ochaion, amante di Ofer che continua ad essere in qualche modo presente attraverso le telefonate durate tutta la sua vita da adulto. Questo personaggio è l’elemento chiave della narrazione poiché contribuisce a fare andare avanti il racconto dandogli la spinta e la motivazione per arrivare alla conclusione.

   Anche questo racconto si riconduce alla triade che abbiamo visto negli altri due precedenti.

La mia analisi del testo

   La triade che è quella originaria del libro tripartito in tre racconti diversi (La via della morte, Storia familiare, Un uomo entra nel frutteto) contiene in sé la chiave di lettura di questa complessa narrazione. Nel grande triangolo della struttura generale vengono racchiuse le triadi dei tre racconti     in una specie di schema-simbolo fatto dalla ripetizione del numero tre. A ben guardare, se dovessimo rappresentare la struttura visivamente, ne verrebbe fuori questa immagine (cfr qui sotto) dove ogni triangolo si inserisce perfettamente nel perimetro del grande triangolo che costituisce la cornice di tutto il libro che, a sua volta, contiene i tre racconti e dà unità alla narrazione complessiva.

   I numeri dei triangoli piccoli corrispondono ai tre racconti di cui i primi due sono collocati alla base del triangolo e l’ultimo alla sommità. Si darà in seguito conto di questa posizione.

I numeri 1,2,3, danno conto del posizionamento di ciascun racconto all’interno di tutta la narrazione: 

all’apice del triangolo è collocato il terzo racconto (un uomo entra nel frutteto); nell’angolo a sinistra

 il secondo racconto (Storia familiare); nell’angolo a destra il primo racconto ( la via della morte) 

  Appare evidente come questo testo tenga conto della valenza simbolica del numero tre che nella kabbalah ebraica rappresenta il senso della vita e del movimento e corrisponde alla terza lettera dell’alfabeto “Ghimel”. Il 3 infatti è associato all’idea di una persona nell’atto di correre come se mettesse il piede avanti per prendere lo slancio. Si tratta dell’origine del movimento, rappresenta la spinta ad uscire da sé stessi, dai propri limiti, limiti in cui la dualità ci costringe di continuo. Il tre è il principio della vita: tutto procede necessariamente da un ritmo di tre che fanno un solo punto in ogni atto. Il numero tre indica:

   -il principio che agisce, causa ed effetto dell’azione

   -l’azione di questo soggetto, cioè il suo verbo

   -l’oggetto di questa sua azione cioè il suo effetto o risultato.    

   Se partiamo dalla considerazione di questa simbologia del numero tre, analizzare e interpretare questo libro ci viene più facile. Infatti tale libro che ad una prima lettura appare semplice e scorrevole, all’atto della riflessione sul testo si complica lasciando il lettore spiazzato soprattutto nella constatazione che i tre racconti non risultano connessi tra di loro mancando un filo conduttore che li leghi esplicitamente. Invece la motivazione del legame tra le tre scritture appare evidente se la si legge in chiave simbolica e metaforica legata alla simbologia che la kabbalah ebraica attribuisce al numero tre. I primi due racconti si incardinano su due dispositivi drammatici – la morte di Ronan nel primo  e l’esposto riguardo al tentativo di molestie sessuali del protagonista nei confronti della specializzanda nell’altro – , che mettono in moto la storia e precipitano i due protagonisti maschili Omri e Asher sull’orlo del baratro, da cui riescono a salvarsi a fatica, il primo rendendosi consapevole della propria passione amorosa per Mor e superandola con molto sforzo attraverso il raziocinio e l’aiuto della madre, il secondo, ripensando invece ad una donazione salvifica che dimostrerà come la presunta accusa sia falsa. Cioè lo dimostrerà solo agli occhi di sé stesso che si percepirà come padre della ragazza e quindi al di fuori di impulsi più che legittimi nei confronti della specializzanda. Si tratta, come si evince dai due racconti, della medesima azione che produce il medesimo effetto. Vale a dire i due protagonisti riescono ad uscire fuori da sé stessi per proiettarsi in due risultati analoghi: il respingimento delle accuse e il risultato di libertà individuale.

   Il terzo racconto è estremamente simbolico: ci conduce, attraverso la misteriosa scomparsa del secondo protagonista Ofer, marito di Heli, io narrante della storia, allo scioglimento del mistero passando per le vicende della prima protagonista Heli che non si ferma né si rassegna alla mancanza di prove e di indizi ma continua per suo conto verso il raggiungimento del proprio obiettivo di ricerca della verità. Tale ricerca la pone davanti a prove terribili: dovrà entrare lei stessa all’interno del frutteto dove il marito è scomparso e dovrà affrontare i tre guardiani che lei percepisce come pantere le quali bloccano il suo cammino ma che sono necessarie per la sua comprensione essendo, nella simbologia ebraica, la pantera l’ibrido della bestia apocalittica, metafora narrativa dell’indicibile e dell’escatologia.  Simbolo, quindi, del disvelamento di quella verità che la donna va cercando. E quando Heli riesce a sfuggire ad esse e riesce ad introdursi nel punto più nascosto del frutteto, giardino, Eden, Paradiso, (come le lettere della parola PARDES ci fanno intuire e che, sempre nella esperienza dell’Ebraismo, riconducono alla storia dei quattro saggi che entrano nel giardino dal quale solo uno riesce ad uscire vivo), si ritrova in mezzo ad una moltitudine di gente indistinta per sesso, dove tutti sono uomini e donne nel medesimo tempo. Qui si annullano finalmente i dualismi per ricondursi all’UNO, cioè all’unità che è nel contempo superamento e meta del cammino dell’uomo.

   Dunque questo terzo racconto costituisce il superamento del dualismo strutturalmente rappresentato dai primi due. La sua collocazione al vertice del grande triangolo rappresenta il superamento di questo dualismo metaforico.

   Questo è il paradiso terrestre ma non ancora la verità.

   Heli deve ancora raggiungere la verità. E questa ultima meta finale è anche la più difficile. Richiede una pericolosa ascensione fino al Deejay che tiene in mano le fila della musica e fa muovere secondo il ritmo da lui creato il corpo unitario e molteplice di coloro che ballano nell’Eden dove non esiste più il maschio e la femmina ma tutti sono maschi e femmine ad un tempo e a tutti è dato provare lo stesso godimento. A Heli, la protagonista, ciò non basta. Lei deve trovare la verità che solo il DJ- Dio sa e può rivelarle, ma richiede in cambio la sua morte. La conoscenza ha un prezzo terribile che Heli si dichiara disposta a pagare. Dio piange, piange perché la perdita di una sua creatura è come la perdita di una parte di sé. Ma non può negare ad Heli la verità: il marito è morto, non ha resistito alla pasticca che tutti sono costretti a ingoiare nell’Eden per far parte dell’UNO molteplice. E’ il frutto proibito, è la via della conoscenza suprema. Lei accetta e sfida Dio stesso, e , appresa la verità, sfugge alla morte ed ritorna alla vita, alla sua vita terrena. Nella quale finalmente potrà mettere fine alla raccolta di racconti “centoventi per cento” ancora mancante dell’ultimo, il centesimo. Il racconto è la storia di una mancanza, di un buco in una maglietta. Una mancanza necessaria, però, che nel suo vuoto permette di dare senso a tutte le storie:

Se prende la maglietta dal sacchetto di plastica per sentire nostalgia, non può non vedere che manca quello che avrebbe dovuto stare dove c’è il buco. Ha impiegato anni a capire che un buco è anche qualcosa attraverso cui si può vedere.

******

   Ho trovato questo libro particolarmente difficile da interpretare, ma prima di tutto da leggere. La scrittura di Nevo che, anche negli altri romanzi, alterna piani narrativi e punti di vista diversi, in questa opera in particolare, raggiunge un vertice parossistico. C’è, nell’intreccio delle vicende, la volontà di rendere, attraverso le parole, l’entropia che regna nella vita umana e la difficoltà per uomini e donne di individuare con chiarezza i fili conduttori del vivere quotidiano. Fili attraverso i quali si possa individuare un barlume di senso per direzionare la propria esistenza. E persino la scrittura che, solitamente a questo serve – cioè a dare una forma a pensieri, emozioni, sentimenti, angosce, paure – in questo libro fallisce volutamente il suo scopo generale, nonostante nei tre racconti ci sia il tentativo, all’interno della fiction narrativa, del ricorso alla scrittura (i tre personaggi: Nor, Asher Caro, Heli, vengono invitati a scrivere/raccontare in terza persona le loro vicende rispettive).

    Mi è parso che nella “poetica” di questo autore ci sia un grande pessimismo di fondo e un’inquietudine che presiede alla vita e non conforta ad un orientamento verso sviluppi positivi dell’esistenza. Tutto questo si riflette nella scrittura che è particolarmente contorta poiché segue i meandri della psiche dei personaggi non conferendo a nessuno di essi una versione salvifica. Sembra quasi che lo scrittore si ponga nella stessa posizione di quel Deejay finale descritto con un’immagine forte e allucinata, che sta a guardare il “corpo multiplo” che si agita, si avvita su sé stesso, senza fine, senza scopo e senza tempo. Pertanto la struttura del libro che, a mio parere ubbidisce a tale visione del mondo, risulta difficile, astrusa, poiché induce il lettore ad uno straniamento continuo dove gli è facile perdersi.

Non ritengo (e questa è una opinione del tutto personale che nulla ha a che vedere con la valenza del libro in questione) che, come lettrice, io mi debba arrovellare il cervello per seguire questo autore in tutti i suoi meandri psicologici e psichici astrusi e destabilizzanti. E se è vero che nessun libro è scritto solo “per dilettare” i lettori, è pur vero che il lettore conserva sempre il suo sacrosanto diritto di “non leggere” certe scritture. Così come recita il famoso decalogo del lettore enucleato da Daniel Pennac che alcuni anni fa ha decretato la legittimità finalmente ciò che molti di noi pensano e non dicono per non allontanarsi dall’idem sentire e dal conformismo intellettuale.

Nota biografica dell’autore

 (Gerusalemme28 febbraio 1971) è uno scrittore israeliano, nipote di Levi Eshkol che fu il terzo Primo ministro di Israele[1].

Figlio di Ofra e Baruch Nevo, entrambi docenti di psicologia presso l’Università di Haifa, riceve un’educazione laica, in cui l’ebraismo è considerato un “non problema”. [2] Dopo un’infanzia trascorsa tra Israele e gli Stati Uniti, completa gli studi di psicologia presso l’università di Tel Aviv, per poi lavorare per otto anni come pubblicitario, impiego in seguito abbandonato per dedicarsi alla scrittura[1].

Il suo primo libro, pubblicato nel 2001, è la raccolta di racconti Zimmer Be-Givatayim (Bed & Breakfast), a cui l’anno dopo segue Nifradnu Trach: Ha-Madrich La-Nifrad Ha-Matchil (trad. lett. Ci siamo separati in fretta: manuale di una separazione), un testo corredato dalle illustrazioni di Orit Arif.

La notorietà arriva nel 2004 con il romanzo a più voci Nostalgia (tit. orig.: Arba’a batim ve ga’agua), ambientato in Israele nella metà degli anni Novanta del Novecento, all’epoca dell’assassinio dell’ex primo ministro israeliano Rabin per mano di un colono ebreo estremista. Il libro è vincitore nel 2005 del Book Publisher’s Association’s Golden Book Prize e del Premio letterario francese Raymond Valier nel 2008.

Nel successivo romanzo, La simmetria dei desideri (tit. orig.: Mish’ala achat yamina, 2007), portato anche sulle scene come opera teatrale, Nevo si concentra sul tema dell’amicizia. Quattro ragazzi di Haifa attraversano le tipiche tappe che segnano la storia dell’adolescenza israeliana: liceo, esercito, viaggio all’estero, studi universitari e formazione di una relazione e di una famiglia.

Nel 2010 Nevo pubblica un libro per bambini intitolato Un canguro alla porta[3] (tit. orig.:Aba shel Amaliya Nosea le-Australiya), con illustrazioni di David Hall, cui fa seguito, l’anno seguente, il romanzo bestseller Neuland (2011), ispirato all’Altneuland di Hertzl, fondatore del sionismo.[4] [5] Il libro, ambientato in Sud America, dove Nevo si è personalmente recato per svolgere ricerche sulla cultura locale, è il diario di Dori, insegnante di storia, che lascia moglie e figlioletto per cercare il padre scomparso dopo la morte della moglie. Temi centrali sono il viaggio, irto di pericoli e tentazioni, rivisitazione del mito dell’ebreo errante, la casa come identità e patria spirituale, il lutto, l’amore e il desiderio.

Nel 2011 Nevo scrive due canzoni per il quinto album del gruppo rock israeliano Synergia, Chatum ba’Esh. Nel 2014, con la poetessa Orit Gidali, fonda a Jaffa la scuola di scrittura House Workshops, la più grande scuola privata di scrittura creativa d’Israele, ed è mentore di decine di giovani scrittori, molti dei quali pubblicheranno libri e vinceranno alcuni dei maggiori premi letterari israeliani.

Lavora come docente di scrittura creativa all’Università di Tel Aviv e alla Sam Spiegel Film School di Gerusalemme e partecipa come guest writer a vari incontri e festival letterari in Europa. [7][8]Tratto da:https://it.wikipedia.org/wiki/Eshkol_Nevo#Biografia


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