La strada

Le reali possibilità per uno scrittore esordiente di pubblicare il proprio libro

MARIA ROSA GIANNALIA

 La strada
di Cormac Mac Carthy

“ Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare il bambino che gli dormiva accanto. Notti più buie del buio e giorni uno più grigio di quello appena passato. Come l’inizio di un freddo glaucoma che offuscava il mondo”.
E’ questo l’incipit del romanzo: La strada di Cormac Mac Carthy, il libro di cui voglio parlarvi oggi.
Nel panorama letterario delle narrazioni catastrofico-distopiche, il romanzo di questo autore si colloca come un punto di riferimento basilare per la sua scrittura lucida, essenziale, illuminante.

“L’uomo e il bambino”, definiti così, senza altri nomi, unici protagonisti di questo impareggiabile romanzo, si ritrovano soli in un pianeta completamente devastato da una catastrofe nucleare avvenuta forse dieci anni prima, pianeta in cui non esiste più niente: né fiori, né alberi, né il cielo azzurro, né il mare e neppure i colori. I due hanno un unico obbiettivo: camminare. Tutto è diventato grigio, ora più scuro ora più chiaro e, dappertutto: cenere. La cenere è morbida, fa affondare i piedi dei due viandanti, padre e figlio, che si spostano incessantemente dal nord America verso il sud alla ricerca di un po’ di calore e un po’ di luce e, infine, del mare. Sono per la strada. Una strada con l’asfalto prima liquefattosi a causa dell’esplosione e adesso freddo, staccato a tratti dalla terra, nero, appiccicoso e nei bordi i boschi inceneriti grigi e scuri e gli alberi spogli ridotti in tronconi rinsecchiti che tendono inutilmente verso il cielo inesorabilmente grigio i rami residuali.

Tutto è spento, tutto è freddo, uomini e donne morti nella quasi totalità: ogni tanto nella strada l’uomo e il bambino si imbattono in cumuli di cadaveri rinsecchiti con la pelle appiccicata alle ossa dello scheletro, col cranio bruciato e le due mascelle spalancate quasi in un ultimo grido di terrore.
Ci sono ancora i ruderi delle città, dei ponti, delle strutture urbane, ogni cosa è grigia e bruciata. Non ci sono più viveri: i pochi sopravvissuti vagano alla ricerca di cibo che è l’unico loro pensiero e bisogno impellente per soddisfare il quale non esitano ad uccidere e ad uccidersi tra loro. Il bisogno di cibo ha trasformato i superstiti in due categorie: i buoni che non uccidono per mangiare poi le carni fresche dei cadaveri e i cattivi che uccidono e anzi si organizzano in piccole bande per rendere schiavi gli inermi, i più deboli e imprigionarli fino al momento in cui li sacrificheranno per divorarli e placare così la propria fame inestinguibile.
L’uomo e il bambino, definiti così per tutta la narrazione, sono costretti a camminare sempre. Il bambino, nato subito dopo la catastrofe, è stato affidato dalla madre al padre, mentre lei che non sopporta di vedere su sé stessa e sul suo bambino le conseguenze del disastro, decide di suicidarsi.

Il padre sente su di sé il peso della responsabilità per questo bambino che all’inizio del romanzo si suppone abbia una decina di anni, ma anche tutto l’amore di cui egli è capace. Lo protegge, uccide anche, se sente che il figlio è in pericolo. E mentre camminano per la strada, il padre tuttavia, va insegnando al bambino le poche cose ma fondamentali dell’esistenza: la distinzione tra bene e male, l’importanza della sopravvivenza e i metodi per mantenersi in vita.
Nell’atmosfera spettrale del mondo descritto da Mac Carthy, i due non fanno altro che avanzare sempre verso sud, ma senza mete precise, difendendosi dai predoni e cercando cibo nei posti più disparati: dai sotterranei di una villa dirupata, ai magazzini già saccheggiati di alcuni supermercati, o, ancora, dentro botole ben occultate nel terreno nero. Mangiano ciò che trovano, a volte qualche lattina di pesche sciroppate, altre volte carne in scatola, piccoli pezzi avanzati dalle razzie precedenti dei sopravvissuti prima di loro. Molto spesso niente, solo bevono l’acqua depurata dalla cenere grigia che intorbida tutti i fiumi che incontrano.

In questo panorama apocalittico però emerge e brilla la forza dell’amore del genitore verso il figlio e la immensa e solida fiducia del bambino verso il padre. I due dormono dove e quando possono, al riparo di una coperta di plastica recuperata chissà dove ma fondamentale per ripararsi dalle incessanti piogge. Arrivano, dopo tanto andare, fino al mare, ma il padre è sfinito, malato, non si regge più in piedi e si accascia per terra senza speranze.
La prosa è scarna ed essenziale, completamente paratattica. Abbondano i dialoghi riportati con scarne parole, con asciuttezza di sintassi quasi che anche la favella ormai sia, come tutte le altre cose, riportata alle sole parole ineludibili.
Il periodare monotono di questa prosa lenta e ripetitiva è estremamente funzionale affinché il lettore venga avvolto nell’atmosfera crudele e spenta del pianeta e ne avverta tutto l’orrore, il disagio, il freddo, la paura che quel disastro perpetrato dagli uomini contro sé stessi e il pianeta, ha prodotto senza alcuna possibilità di riscatto collettivo.
Ma l’autore lascia uno spiraglio in tutta questa disperazione: il bambino che sopravviverà al padre, educato ai suoi valori, sarà quasi una figura divina o, forse, in nuce ciò che potrà dare l’avvio ad un’altra stirpe di uomini: i buoni, coloro che sapranno trovare i modi di esistenza per rispettare sé stessi, gli altri e l’ambiente dove si ritroveranno a vivere, nel futuro, un’altra vita.

Nota biografica dell’autore:

1933, Providence (Rhode Island)

Cormac McCarthy è stato uno scrittore americano, vincitore del Premio Pulitzer nel 2007. Cresciuto in Tennessee, dove ha frequentato l’Università, l’ha abbandonata per ben due volte prima di dedicarsi alla scrittura.
Entrato nel ’53 nell’Air Force, vi è rimasto per quattro anni.
Ha vissuto anche a El Paso, in Texas, e a Tesuque, nel Nuovo Messico.
McCarthy non concedeva interviste e non frequentava gli ambienti letterari e mondani (del 2007 l’eccezione dell’intervista televisiva con Oprah Winfrey).
Tra le sue opere ricordiamo Il guardiano del fruttetoIl buio fuoriSuttre, Meridiano di sangueOltre il confine e Città della pianura.
Cavalli selvaggi, ha conquistato il National Book Award.
Con La strada del 2007 ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa.
Dalle opere di McCarthy sono stati ricavati diversi film: nel 2000, Cavalli selvaggi è stato trasposto nel film Passione ribelle ad opera di Billy Bob Thornton.
Nel 2007, Non è un paese per vecchi è diventato il film omonimo firmato dai fratelli Coen.
Nel 2009 è stato realizzato l’adattamento de La strada per il grande schermo. Il film, intitolato The Road come il romanzo è diretto da John Hillcoat, e ha protagonisti Viggo Mortensen e Kodi Smit-McPhee. Nel 2023 escono per Einaudi Il passeggero e Stella Maris.

Cormac McCarthy si è spento il 13 giugno 2023 all’età di 89 anni. I libri di McCarthy, ha scritto il New York Times, «presentavano una visione cupa, spesso macabra, della condizione umana. I suoi personaggi erano outsider, come lui.»Fonte: https://www.ibs.it/libri/autori/cormac-mccarthy

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Un commento su “La strada

  1. La recensione relativa a LA STRADA di Mac Charty realizzata dalla prof. Mariarosa Giannalia trasmette un senso di angoscia, solitudine, avversità della vita ed anche per certi versi una latente forma di pessimismo che, però, si riscatta attraverso il continuo insegnamento del padre nei confronti del figlio.
    Quest’uomo a causa del cataclisma universale e della morte dominante come forza distruttiva non ha alcuna eredità da lasciare al bambino se non i valori fondanti dell’educazione, del rispetto e della conoscenza della vita come tesori insostituibili. Nel momento in cui, alla fine della storia, lui non ce la fa resta però solo il piccolo a sopravvivere con l’utile bagaglio paterno.
    La realtà dei nostri giorni per una serie di temperie storiche, ambientali e comportamentali ci fa sentire vicini e affini alla storia narrata, ma proprio per noi è importante questo spiraglio di speranza impersonato nel bambino con la doppia valenza della giovane età e quindi la proiezione nel futuro e del potenziale recupero dell’umanità con la parte buona emergente.
    Personalmente non sono attirata dalle opere distopiche, ma questa recensione mi mette curiosità per la conoscenza del romanzo.
    Rosetta Martorana.

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