Le reali possibilità per uno scrittore esordiente di pubblicare il proprio libro
In questo post ‘LIBERO IN UN LIBRO: Custodire l’uomo e l’umanità nel tempo delle macchine’ è possibile riflettere sull’importanza del libro. Forse uno scrittore esordiente potrebbe leggere con attenzione l’articolo dell’autore autorevole di codesta rubrica. Sono sicuro che un’attenta lettura può tornare utile per rivisitare le proprie opere con una più accurata analisi. Un augurio cordiale a tutti gli esordienti per un successo letterario.
CARMINE DI GIUSEPPE
LIBERO IN UN LIBRO: Custodire l’uomo e l’umanità nel tempo delle macchine

I vari libri che ho letto di recente, spaziando dal romanzo alla saggistica storica e filosofica, dalla letteratura classica quella contemporanea e di ricerca, mi hanno reso ancora più evidente quanto sia sottile, ma indissolubile, il filo che lega i grandi snodi della storia umana.
Se un tempo il valore di una persona si misurava sulla capacità di attraversare mari in tempesta, esplorare terre ignote o di creare capolavori, oggi il confine si è spostato altrove, all’interno dell’uomo stesso: la sfida vera, però, è riuscire a capire se sappiamo ancora gestire la nostra vita interiore senza delegarla all’esterno.
Per questo motivo, stavolta, ho preferito mettere da parte i romanzi. Volevo mettere da parte la finzione narrativa: nessuna trama da seguire, nessun personaggio da accompagnare lungo il corso delle pagine, nessuna vicenda affidata ai percorsi della narrazione, poiché non sempre è la narrativa a restituirci l’immagine più nitida del tempo che viviamo. Spesso, invece, sono testi di altra natura, lontani dalle logiche e dalle strutture della narrazione. Testi anch’essi capaci di interrogare la coscienza contemporanea. Anche un saggio o un documento d’attualità può raccontare, anzi interrogare con più forza la nostra coscienza contemporanea senza affidarsi a una storia e a personaggi.
È il caso di Magnifica Humanitas, la prima enciclica di Papa Leone XIV, firmata il 15 maggio e pubblicata il 25 maggio 2026, un documento che prende avvio dalle sfide poste dall’intelligenza artificiale per affrontare una questione ben più ampia e decisiva: che cosa significa essere uomini in un’epoca in cui la tecnica sembra ridefinire i confini stessi dell’umano? Più che un testo sull’innovazione tecnologica, l’enciclica allarga progressivamente il campo della riflessione e arriva a interrogare la dignità della persona, la libertà, la responsabilità e il destino dell’uomo nel mondo contemporaneo.
Ho letto Magnifica Humanitas con la convinzione che non si trattasse soltanto di un documento dedicato all’intelligenza artificiale; sarebbe, infatti, riduttivo leggerlo in questo modo. L’enciclica parla della tecnica, ma soprattutto parla dell’uomo. Parla della sua dignità, della sua fragilità, della sua libertà, della sua capacità di essere un essere umano. Sono temi che attraversano la tradizione della dottrina sociale della Chiesa, ma che qui assumono una particolare urgenza perché sono messi in rapporto con una trasformazione tecnologica che sta entrando nella vita quotidiana con una rapidità alla quale non sempre corrisponde un’adeguata capacità di riflessione. Si interroga su ciò che rischiamo di perdere proprio mentre ci convinciamo di stare guadagnando tutto. Forse è proprio questa la domanda che più mi ha accompagnato durante la lettura: non tanto che cosa sapranno fare le macchine, quanto che cosa saremo disposti a lasciare loro e che cosa, invece, dovremo continuare a custodire personalmente.
Molti testi del nostro tempo affrontano l’innovazione tecnologica soffermandosi sulle sue applicazioni, sui suoi vantaggi o sui suoi rischi. L’enciclica Magnifica Humanitas sceglie una strada diversa. Il suo punto di osservazione rimane la persona. Non domanda soltanto che cosa l’intelligenza artificiale sarà capace di fare, ma che cosa l’uomo rischia di diventare mentre la utilizza. È una differenza sostanziale. La questione tecnologica viene così riportata dentro una questione più antica: quella del rapporto dell’uomo con il proprio potere. Ci costringe a guardare oltre lo schermo e a interrogarci su quella fiducia quasi automatica che spesso riserviamo alle tecnologie, come se ciò che è nuovo e più efficiente dovesse essere necessariamente anche migliore.

L’enciclica si sviluppa all’interno della tradizione della dottrina sociale della Chiesa, ripercorrendone anche alcuni passaggi storici, ma evita che la riflessione rimanga confinata a un discorso puramente teorico. Affronta questioni concrete: il lavoro, l’educazione, la comunicazione, la verità, la pace.
Il testo dedica inoltre ampio spazio al rapporto tra tecnica e potere e alla necessità di mantenere la dignità della persona come riferimento nelle trasformazioni in corso. Lo fa ricordando che ogni trasformazione tecnica produce inevitabilmente conseguenze antropologiche e sociali. Se la tecnica diventa criterio assoluto, il rischio è che l’uomo finisca per misurare sé stesso con parametri che non gli appartengono più.
Efficienza, controllo, prestazione e calcolo possono allora finire per occupare uno spazio che dovrebbe rimanere aperto alla responsabilità, alla coscienza e alle relazioni umane. È proprio qui che la riflessione dell’enciclica mi è sembrata più concreta: il problema non è soltanto ciò che una tecnologia permette di fare, ma il modo in cui essa modifica le nostre abitudini e, poco alla volta, anche il modo in cui giudichiamo ciò che conta.
Particolarmente efficace mi è sembrata la riflessione sul cosiddetto paradigma tecnocratico. Papa Leone XIV mette in guardia dalla tentazione di affidare alle tecnologie non soltanto compiti operativi ma anche decisioni che coinvolgono la dimensione morale dell’esistenza.
Dietro questa osservazione si intravede una domanda che attraversa una parte importante del documento: è possibile delegare il giudizio senza indebolire la libertà? È possibile automatizzare processi sempre più complessi senza smarrire il senso della responsabilità personale?
La questione, a mio avviso, diventa particolarmente delicata quando una decisione riguarda una persona concreta. Un sistema può fornire informazioni, confrontare dati, individuare ricorrenze e persino suggerire una soluzione; altra cosa è assumersi la responsabilità di quella scelta. Quando deleghiamo a una macchina una decisione che comporta un giudizio morale, non trasferiamo soltanto un compito: rischiamo di allontanarci dalla responsabilità che accompagna ogni scelta. Il bene e il male, infatti, non sono semplicemente problemi da risolvere attraverso un calcolo. Coinvolgono la coscienza e chiamano in causa la libertà.
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Vi è poi un tema che considero centrale e che meriterebbe una riflessione ancora più ampia: la verità. Nell’epoca delle immagini generate artificialmente, delle informazioni manipolate e della sovrabbondanza comunicativa, la verità rischia di diventare una nozione sfuggente.
L’enciclica ricorda, invece, che essa non appartiene al dominio della tecnica. La verità è un bene comune. Richiede discernimento, educazione e coscienza. Non può essere prodotta come un algoritmo né distribuita come un prodotto commerciale.
Questa parte mi ha fatto pensare soprattutto alla difficoltà che incontriamo oggi nel distinguere ciò che è realmente accaduto da ciò che è stato costruito per apparire credibile. Non è una difficoltà completamente nuova, perché la manipolazione dell’informazione esiste da sempre; ciò che cambia è la velocità con cui i contenuti possono essere prodotti, modificati e diffusi.
In un mercato saturo di opinioni sintetiche e di realtà addomesticate, la difesa della verità diventa allora anche una difesa dell’attenzione, della capacità di verificare e della libertà di formarsi un giudizio personale.
Molto significativa è anche la scelta simbolica di contrapporre le immagini di Babele e Gerusalemme. L’enciclica apre proprio con questa alternativa: la costruzione di una nuova torre di Babele oppure di una città nella quale Dio e l’umanità possano abitare insieme. Da una parte emerge la tentazione di una potenza che si costruisce da sola e per sé stessa; dall’altra l’idea di una comunità capace di edificarsi attorno alla fraternità e al bene comune. Si tratta di una contrapposizione antica, ma sorprendentemente attuale. La forza dell’immagine sta anche nella sua semplicità: una torre può rappresentare il desiderio di salire sempre più in alto, mentre una città richiama necessariamente la presenza degli altri, la convivenza, le regole e la responsabilità condivisa.

La domanda che essa pone è, quindi, meno astratta di quanto potrebbe sembrare: quale idea di società vogliamo costruire attraverso gli strumenti che abbiamo a disposizione?
L’enciclica suggerisce che sviluppo tecnologico e umanizzazione non debbano essere considerati incompatibili, purché la tecnologia rimanga inserita dentro un orizzonte nel quale la persona e il bene comune conservino il loro primato. Non è necessario rinunciare agli strumenti che abbiamo creato; è necessario, piuttosto, non dimenticare chi deve servire quegli strumenti.
Alla fine della lettura rimane una sensazione precisa. Magnifica Humanitas non è un testo sulla paura del futuro. Esso è, prima ancora, un invito a non affrontare il futuro con distrazione.
Non condanna la tecnologia, non nega il progresso, non coltiva nostalgie impossibili. Invita piuttosto a una vigilanza morale e culturale. Lo fa senza chiedere di tornare indietro, ma chiedendo di capire in quale direzione stiamo andando. Ricorda che l’intelligenza artificiale rappresenta una sfida importante non soltanto perché le macchine diventano sempre più sofisticate, ma perché la loro crescente presenza può spingerci a ridefinire, spesso senza accorgercene, il significato stesso di alcune parole: lavoro, conoscenza, creatività, responsabilità, relazione.

È forse questo uno dei motivi per cui il documento non può essere letto come una semplice presa di posizione su una tecnologia destinata a cambiare ancora rapidamente. La questione che pone è più stabile e riguarda il modo in cui l’uomo intende vivere con ciò che egli stesso ha creato.
In questo senso, la prima enciclica di Papa Leone XIV si presenta come una riflessione che va oltre l’attualità tecnologica. È una meditazione sull’umano.
La sua lettura mi ha lasciato soprattutto questa impressione: mentre discutiamo continuamente delle possibilità offerte dalle macchine, rischiamo di dedicare troppo poco tempo a domandarci quali siano le qualità che vogliamo continuare a coltivare in noi stessi. Il suo messaggio più profondo risiede, forse, proprio qui: custodire la persona significa custodire ciò che nessuna macchina potrà mai replicare completamente, vale a dire la coscienza, la libertà, la capacità di amare e di riconoscere nell’altro non un dato da elaborare, ma un volto da incontrare.
È un’immagine che preferisco a molte delle formule più solenni che si potrebbero usare per concludere questa riflessione, perché riporta il problema alla sua dimensione più semplice e concreta: prima ancora di chiederci quanto sarà intelligente una macchina, dovremmo continuare a domandarci quale uomo vogliamo diventare.















