Amatissima

Le reali possibilità per uno scrittore esordiente di pubblicare il proprio libro

MARIA ROSA GIANNALIA

Amatissima
di Toni Morrison

   Ci sono dei libri per i quali una sola lettura non è sufficiente. Dico quei libri che per essere compresi in tutta la loro portata necessitano di attenzione, riflessione, cura. Sono quei libri che incidono profondamente non solo nell’immaginario del lettore ma anche nel profondo della sua sfera emotiva. Sì, certo, incidono anche per la storia, ma soprattutto per una scrittura tanto geniale che fa in modo che quella storia attraversi spazio e tempo così che la ricordi per tutta la vita. Ma è solo quando la rileggi che comprendi la portata strutturale della narrazione: il suo piegarsi ai sentimenti e alle emozioni dei personaggi, tanto che ti sembra di averli accanto questi personaggi: li potresti pure toccare. Questo senti.

Mi è successo così con “Amatissima” il libro del premio Nobel Toni Morrison che avevo già letto cinque anni fa. Adesso, rileggendolo, mi accorgo che un sacco di cose mi erano sfuggite, altre non le avevo capite, altre ancora non le avevo inserite nel quadro generale del puzzle di cui è sempre fatta una storia. E mi sembra che questa seconda rilettura mi fornisca la chiave di volta per entrare nel mondo di quei personaggi, ex schiavi d’America, che raccontano, raccontano e ancora raccontano con urgenza distaccata, nella prospettiva del tempo, di quel mondo che fu la loro condanna, facendoci rivivere ora, in questo nostro presente, il loro personale cammino insieme allo struggente dolore di ogni loro giorno.

   Con questo  romanzo, pubblicato nel 1987,  Toni Morrison ha vinto il premio  Pulitzer nel 1988 e si può ritenere a buon diritto il romanzo che le ha dato fama internazionale per la pregnanza dei contenuti che, partendo da un fatto di cronaca realmente accaduto, è stato organizzato dall’autrice attraverso una trasfigurazione  inconsueta nella letteratura statunitense che assembla in sé le caratteristiche anche di molte scritture latino-americane attraverso uno stile particolarissimo e assolutamente originale di cui parlerò in seguito.

Il libro ha una trama assai complessa la cui semplificazione e ricostruzione si può leggere qui: https://it.wikipedia.org/wiki/Amatissima#Trama


   E’ un libro che presenta un’architettura complicata: il perno su cui ruota tutta la narrazione è il personaggio di Sethe, schiava fuggitiva, madre di Beloved (Amatissima), di Denver, seconda figlia e di due altri figli maschi scappati di casa giovanissimi.

La narrazione si sviluppa tutta in terza persona, ma il narratore esterno assume, nel racconto, via via i punti di vista dei personaggi che raccontano gli stessi fatti.


   I fatti sono pochi, fondamentalmente tre: l’uccisione di Beloved da parte della madre che, in fuga,  dal padrone, cerca di sottrarla in questo modo al destino atroce di tutte le schiave; il tentativo da parte del padrone schiavista di ritrovare Sethe,  strapparle gli altri figli sottraendo loro il nutrimento, vale a dire il latte materno attraverso un atto di violenza inaudita, raccontato dalla stessa Sethe in punti diversi del romanzo e sempre a piccoli flash; l’arrivo di un uomo, Paul D, dopo la fine della schiavitù quando Sethe si è stabilita al 143, la Sweet home, con la seconda figlia Denver. 

La casa-rifugio è infestata dal fantasma di Beloved, Paul D riesce a scacciarlo e tenta di ricondurre Sethe e sua figlia Denver  ad  una vita normalizzata dove madre e figlia vivevano sempre sole poiché nessuno si avventurava ad entrare in quella casa per paura del fantasma.

   La narrazione procede a piccoli segmenti narrativi e a colpi di flash back: ad ogni piccola parte dei fatti generali accennati seguono le miriadi di commenti e punti di vista dei diversi personaggi. Commenti che si sviluppano attraverso micro narrazioni. Pertanto, tutto l’impianto narrativo assume la forma di una spirale che partendo da una larga panoramica in cui affiorano i cenni soggettivi da parte dei personaggi coinvolti nei fatti narrati, si avvita su sé stessa fino alla parte finale dove ogni puzzle del racconto assumerà il suo posto definitivo. Infatti tali cenni si arricchiscono successivamente nel prosieguo della spirale aggiungendo particolari sempre più precisi fino a quando il fatto narrato non raggiunge la sua completezza.  E così solo alla fine del romanzo il lettore potrà comporre tutto l’insieme generale per arrivare a tracciare un quadro preciso dei fatti. Il punto di vista con il quale vengono narrati tutti i piccoli segmenti di vita come in un puzzle, cambia continuamente con l’avvicendarsi dei personaggi stessi ciascuno dei quali dà la propria versione dello stesso fatto.

   Tale impianto narrativo ha la funzione (è un mio parere, ovviamente) di fare entrare il lettore dentro l’ambiente in cui si è perpetrato il delitto più orribile dell’’umanità – la schiavitù e il suo sfruttamento economico – e renderlo partecipe continuamente e contemporaneamente della molteplicità di punti di vista di chi quelle atrocità le ha vissute sulla propria pelle. Solo che tale ricostruzione risulta molto difficile in quanto il lettore deve tenere conto dei sentimenti e delle emozioni di chi racconta, oltre che dei contesti sociali e familiari di ognuno.

   Senza dubbio l’affresco che viene fuori è davvero potente e il modo che l’autrice trova per dargli forma è il più vicino a quella che dovette essere la realtà degli schiavi d’America perché ricostruita attraverso la sensibilità e la sofferenza degli attori di questi fatti. Pertanto, il romanzo non si può definire una storia sulla schiavitù dei neri d’America ma è proprio la stessa schiavitù che viene rappresentata attraverso la parola. 

   La scrittura della Morrison procede per scarti frequenti passando dal discorso di un personaggio a quello di un altro senza soluzione di continuità. Parimenti anche il racconto delle azioni si interseca con i pensieri dei personaggi. Tali pensieri non vengono descritti ma evocati.

   Ogni ricordo è doloroso e per questo ineffabile. Ogni personaggio che si assume il compito di raccontare affida a poche immagini il proprio dolore e sempre attraverso il filtro del narratore esterno che parla la stessa lingua degli schiavi e mette in bocca a loro stessi, ora attraverso il discorso indiretto libero ora attraverso il dialogo, le parole per dire le cose.   Ineffabile a tale proposito è il racconto delle immense sofferenze degli schiavi fuggiti e poi ricatturati dai bianchi – uomini senza pelle, come vengono definiti – incatenati ai piedi e al collo e tenuti in gabbia durante la notte per riemergere solo alle prime luci dell’alba e condotti a spaccare le pietre o la durissima terra e, al mattino prima di recarsi al lavoro, sottoposti ad indicibili sopraffazioni compresa la fellatio imposta loro dalle guardie:

   […] Con il martello di fabbro in mano, seguendo la guida di Ehi (nome dato a una delle guardie), gli uomini arrivavano a destinazione. Cantavano a squarciagola e pestavano con forza, storpiando le parole in modo da renderle incomprensibili, giocando con le parole in modo da renderle incomprensibili, giocando con le parole in modo da produrre nuovi significati con le loro sillabe. Cantavano le donne che conoscevano, i bambini che loro stessi erano stati […] Cantavano i capi, i padroni, le padrone, i muli, i cani e l’impudenza della vita. Cantavano con sentimento i cimiteri e le sorelle scomparse da tempo […]. E pestavano.

     Il fil rouge conduttore della storia è sempre Sethe e la sua condanna di madre, di donna, di schiava sconfitta e torturata da tutti non solo dai padroni ma anche dal fantasma di Beloved che torna ad insediarsi a Sweet Home per stare vicina alla madre che l’aveva uccisa che gattonava già e per questo era stata processata e imprigionata e, miracolosamente sfuggita alla pena di morte per intervento del suo padrone. L’aveva uccisa per puro e immenso amore e l’aveva sepolta nel cimitero sotto una lapide di marmo rosa pagandone il prezzo con la vendita del suo corpo all’incisore che aveva scritto una sola delle parole che lei avrebbe voluto far incidere: Amatissima (Beloved). E questo è il nome con cui viene chiamato il suo fantasma per tutto il corso della narrazione.

   Sethe, tra tutte le donne è quella che tenta di ricostruirsi una quotidianità, dopo l’affrancamento della schiavitù, con le sole sue forze, senza l’appoggio di un uomo – il marito è scappato senza avere saputo dare alcun aiuto alla moglie violentata nel corpo e nell’animo – insieme alla seconda figlia Denver. Trova approdo a Sweet home, la casa dove ha vissuto da schiava insieme ai padroni e ad altre schiave ma che ora, dopo la morte dei padroni e l’abolizione della schiavitù, è stata abbandonata. Ma non è la dolce casa come antifrasticamente viene definita: è proprio lì che si stabilisce il fantasma della prima figlia, Beloved, che Sethe ha ucciso e che tormenta tutti gli abitanti.

    Da quella casa tutti si tengono lontani, nessuno va a trovare Sethe e neppure sua figlia Denver che è destinata a vivere in solitudine. Fino a quando un altro ex schiavo non la va a trovare, scaccia il fantasma e inizia una vita affettiva con Sethe. Ma anche lui l’abbandonerà dopo avere appreso dell’assassinio della piccola Beloved.

Il tòpos dell’abbandono da parte degli uomini, deboli, privi di determinazione, schiavi o no, percorre tutto il romanzo. Nel mondo degli schiavi non ci sono individualità e neanche appartenenze. L’unica appartenenza è quella del padrone che compra gli schiavi spendendo il proprio capitale. A lui spetta quindi il frutto di questo capitale che è costituito dai figli degli schiavi che non appartengono alla madre che li ha partoriti ma al padrone cui la madre stessa appartiene. E’ per tale motivo che Sethe viene processata e condannata per l’omicidio della piccola figlia, poiché ha privato il suo padrone di una parte del suo capitale. Anche per questo all’interno delle famiglie patriarcali in cui gli schiavi assumevano il nome del proprio padrone, i matrimoni non erano istituzionalizzati. Erano ridotti a meri accoppiamenti, approvati dai padroni, anzi sollecitati perché produttivi di prole quindi di altri schiavi. Ogni schiavo e ogni schiava non apparteneva neppure a sé, non poteva decidere della propria vita. Se fuggiva veniva riacciuffato e ricondotto al proprio padrone.

   Sethe quindi non si appartiene, Paul D non si appartiene, entrambi non si appartengono l’un l’altra. 

E quando finalmente dopo la guerra civile gli schiavi verranno liberati e affrancati, non riconosceranno la libertà, e non sapranno riconoscersi all’interno di questa. Smarriti, senza riferimenti, vagano alla ricerca di un posto dove dormire e di qualcosa da mangiare. Non capiscono che il loro lavoro possa essere retribuito.

   A Sweet home nessuno è rimasto, e di quello che era accaduto, dove le chiacchiere delle altre famiglie di schiavi affrancati si raccontavano la storia di Beloved, il fantasma, che a poco a poco divorava la madre, ognuno arricchendola di nuovi e fantasiosi particolari, non rimase che un pallido ricordo e poi neppure quello.

   A quelli che avevano parlato con lei, vissuto con lei, che si erano innamorati di lei, ci volle un po’ di più per dimenticare, finché non si resero conto di non riuscire né  a ricordare né a ripetere una sola parola di quello che aveva detto e cominciarono a pensare che, a parte quello che era nei loro pensieri, non avesse detto assolutamente niente. Così, alla fine, la dimenticarono anche loro. 

   […] Non era una storia da tramandare.

    Così la dimenticarono. Come si fa con un sogno spiacevole durante un sonno penoso. 

[…]

    Ora ogni traccia è scomparsa e ciò che è stato dimenticato non sono solo le impronte, ma anche l’acqua e quello che c’è là sotto. Il resto è atmosfera. Non l’alito di chi è dimenticato e inspiegato, ma il vento nei grondoni, o il ghiaccio che in primavera si scioglie troppo in fretta. Solo atmosfera. Di sicuro non si sente reclamare a gran voce un bacio.

Breve biografia dell’autrice

Toni Morrison, pseudonimo di Chloe Ardelia Wofford (Lorain18 febbraio 1931 – New York5 agosto 2019), è stata una scrittrice statunitense.

Fu la prima afroamericana a vincere il Nobel per la letteratura nel 1993. Morrison ha contribuito a riscrivere e a diffondere la storia della sua comunità, dando voce in particolare alle donne, protagoniste silenziose di secoli di oppressione. Per i temi trattati e il valore anche politico della sua opera, è considerata dalla critica un’autrice postcoloniale.Le precise notizie biografiche si possono consultare qui: https://it.wikipedia.org/wiki/Toni_Morrison

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