La Fornace

Le reali possibilità per uno scrittore esordiente di pubblicare il proprio libro

MARIA ROSA GIANNALIA

La Fornace
di Thomas Bernhard

O uno ci sente e ci vede oppure uno ci sente oppure ci vede oppure ci sente e ci vede o non ci sente e non ci vede e a nessuno si può insegnare a sentire e a vedere, ma chi ci sente e ci vede può imparare a sentire e a veder meglio, e io per tutta la vita ho sempre cercato d’imparare a sentire e a veder meglio, soprattutto a sentire meglio, perché è più importante che uno impari a sentire che a vedere.

Da: La fornace, traduzione di Magda Olivetti, Collana Supercoralli, Torino, Einaudi, 1984.


Editato nel 1970, La fornace di Thomas Bernhard è un romanzo che possiamo annoverare tra quei libri fondamentali e necessari nel panorama culturale e letterario del novecento.
La fortuna di questo autore, nato ad Heerlen, nei Paesi Bassi, il 9 febbraio del 1931, e vissuto a Vienna, si ebbe soprattutto all’estero dove tutte le sue opere vennero conosciute e apprezzate.
Bernhard ebbe per l’Austria un sentimento di repulsione nata dalla profonda convinzione che l’Austria, un tempo felix, altro non sia stata che una terra dove alligna gente profondamente stupida con la quale egli mai volle avere a che fare. Lasciò scritto nel suo testamento:

«Nulla, né di quanto pubblicato da me stesso in vita, né del mio lascito, ovunque esso si trovi, indipendentemente dalla forma in cui sia stato scritto, potrà essere rappresentato, stampato o soltanto letto in pubblico per la durata dei diritti d’autore all’interno dei confini dello Stato austriaco, comunque tale stato si definisca. Sottolineo espressamente di non volere avere nulla a che fare con lo Stato austriaco, e mi oppongo non solo a qualsiasi forma di intrusione, ma anche ad ogni avvicinamento di tale Stato austriaco alla mia persona e al mio lavoro – per sempre»
(Testamento di Bernhard)
Fonte: Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Thomas_Bernhard#Riconoscimenti

La sua vita non felice fin dalla primissima età, ebbe su di lui un’influenza negativa che lo segnò per tutta la vita e che lo vide esule già fin da adolescente.

   Al di là, quindi, di tutta la mole delle sue opere, ci occuperemo qui solamene del suo romanzo La fornace che delinea fin dalle prime pagine la rivoluzione che Bernhard introduce nella scrittura.

   Non è facile descrivere ciò che avviene in questo romanzo: parlare di trama è improprio, poiché il lettore che si avventura attraverso le sue pagine è immediatamente colto da un vortice labirintico fatto di parole che gli creano instabilità, estraniamento, senso di labilità.

    La voce narrante, esterna, ci presenta il protagonista Conrad che ha deciso unilateralmente di appartarsi dal mondo andando a vivere con la moglie disabile presso una fornace dismessa e abbandonata che egli, dopo anni di insistenza, riesce ad acquistare da un suo nipote molto restio a vendergliela. E quando finalmente riesce a comprarla, la ristruttura secondo il suoi bisogni: crea un ambiente totalmente isolato dal resto del mondo, con pochi arredi, con le finestre munite di inferriate severe (fa cambiare quelle originali ritenute da lui troppo frivole) in modo da potere isolarsi nel silenzio totale per scrivere un saggio, anzi il saggio della sua vita sull’udito. Obbliga la moglie a vivere con lui nella massima solitudine e ad aiutarlo nella sua ricerca che non riuscirà mai a scrivere, pur avendo – come dice ricorsivamente nel romanzo – tutta l’opera completa in mente.

    Si diceva della voce narrante: è un narratore esterno che parla in un continuum di discorso indiretto come indiretta è anche la narrazione. I personaggi principali sono due: Conrad e la moglie. Tuttavia affiorano dalla solitudine del luogo uno spaccalegna rimasto a vivere presso una dépendance della fornace e un oste con sua moglie, cui Conrad afferisce per la preparazione dei pasti, essendo sua moglie impossibilitata a ottemperare alle pur minime faccende domestiche.    Quest’ultima ha un unico incarico: fare da “orecchio vivente” alle letture del marito e riferirgli puntualmente i suoni delle parole. 

    La narrazione procede per rimandi a due testimoni dei fatti Wieser e Fro cui il narratore fa riferimento enucleando i loro punti di vista. In realtà sono loro i veri narratori della storia, che ,benchè assenti, aleggiano però in tutte le pagine. Questa narrazione indiretta è statica, tutta posta sullo stesso piano temporale del presente intervallata da continui rimandi alla vita passata dei personaggi quando serve sottolinearne alcuni passaggi che spieghino le loro azioni nel presente. Ne consegue un’alternarsi di analessi e prolessi in cui le vicende trovano collocazione provvisoria.

   L’impianto narrativo è giocato sulla dicotomia rumore/silenzio in cui il silenzio assume le caratteristiche della condizione assoluta attraverso la quale i suoni della voce devono essere analizzati in tutte le loro varianti. La fornace diventa il luogo ideale in cui il saggio sull’udito che Conrad si appresta a scrivere, dovrà diventare non un trattato scientifico ma una descrizione oggettiva e razionale di esperienza, elaborazione soggettiva, espressione orale e infine scrittura filosofica. Da ciò consegue dichiaratamente l’impossibilità della scrittura: Conrad non arriverà mai a scrivere il suo saggio: Conrad esperisce solo i primi tre processi, mentre la scrittura non si concretizzerà mai perché, a suo dire, il silenzio della fornace viene sempre interrotto o dagli agenti esterni naturali o dalla moglie querula, dice lui, interessata solo a chiedere continuamente assistenza  o dal boscaiolo o dall’oste. La percezione del silenzio assoluto che Conrad va cercando è impossibile anche se questa è la sola condizione con cui il protagonista può sentire i rumori e i suoni del profondo.

   Dunque, emerge, insieme all’impossibilità di udire/sentire in profondità il suono, anche l’impossibilità di “dirne” e quindi l’impossibilità della scrittura stessa che potrebbe finalmente rendere oggettiva la conoscenza e la sua interpretazione. Il modo con cui procede il romanzo è dicotomico: rumore/silenzio, scrittura/ distrazione, realtà/ sua frantumazione e soprattutto unicità /frammento. E’questa dunque la condizione della vita nella percezione del protagonista: la frammentazione dell’esistenza, dove il frammento conta per sé non essendo simbolo di niente. Ecco che la narrazione monologica che procede attraverso il narratore esterno, in realtà è anch’essa estremamente frantumata: in primo luogo perché procede attraverso i rimandi a ciò che dicono i due testimoni assenti, Fro e Wieser, come si è detto prima, poi perché nessuna delle tre voci riesce a dare continuità ai fatti. C’è in tutto il romanzo una impossibilità di parola quasi che questa non sia più funzionale ad esprimere nulla né a raccontare nulla. Piuttosto il racconto è affidato a piccole narrazioni suggestive affioranti qui e là attraverso le descrizioni dei sentimenti, le evocazioni, l’impossibilità di esprimere il senso delle cose. In questo romanzo l’ineffabilità prevale sulla parola, ecco perché è così difficile per il narratore seguire un filo stabile nei modi del narrare. Il narrato è quindi affiorante solo per mini-narrazioni di eventi che non ne focalizzano alcuno in particolare. 

   C’è un solo evento ben focalizzato: l’assassinio della moglie di Conrad ad opera di quest’ultimo che avviene nelle prime pagine del romanzo per poi tornare ricorsivamente in ciò che il narratore ci racconta per bocca degli altri personaggi e in particolare di Wieser e Fro ( i quali tra l’altro non vengono mai definiti nel loro ruolo, ma si presume essere stati gli amici di Conrad). Questa anticipazione servirà per suscitare la curiosità del lettore che spera di capire bene il perché dell’assassinio. In realtà il lettore non conoscerà mai il perché di questo delitto: il narratore lo condurrà attraverso il labirinto intricato della mente di Conrad. 

   Conrad non è capace né di raccontare né di spiegare: nella sua ricostruzione a ritroso della motivazione della sua scelta di andare a vivere in una fornace abbandonata e dismessa per trovare il silenzio totale, conduce il lettore dentro il labirinto della sua mente alenata dove ritornano ossessivamente le parole e le frasi da queste costituite ma che non riescono a comunicare niente neppure il delitto perpetrato sulla moglie né il fine ultimo delle sue azioni. Del delitto non sa dare alcuna spiegazione neppure quando viene ritrovato intirizzito e allucinato all’interno di un pozzo, con i vestiti sporchi di melma.

   Tutta questa narrazione labirintica sembra essere costruita in maniera tale da confondere il lettore e condurlo all’interno delle emozioni e dei sentimenti percepiti dal protagonista e soprattutto in modo che il lettore si chieda alla fine: dov’è la trama? Come posso fare a ricostruirla? Sarà una sorpresa per questo lettore capire alla fine della sua lettura che una trama non c’è: c’è un delitto senza indagine e senza motivazione, c’è una miriade di pensieri e lacerti di riflessioni che Conrad, il protagonista, insegue all’interno del suo cervello nel disordine del pensiero.  Sostanzialmente, come afferma in una bella pagina di critica letteraria  Cesare Sinatti in un suo articolo nella rivista “La balena bianca”, questo è un romanzo organico non alla costruzione del senso e del significato metaforico, che attiene alla metafisica, ma alla scrittura nel suo farsi, che mira solo a “ costruire la voce eccentrica di uno squilibrato, collocando la domanda fondamentale del romanzo non più intorno al significato potenziale dell’immagine (metafisica) ma intorno alle ragioni per cui la voce narrante assume certe caratteristiche: in questo caso le ragioni della follia”.

   E’ questa una prospettiva che scaturisce dalla “crisi del romanzo”. Alcuni anni prima rispetto alla pubblicazione del libro di Bernhard, il gruppo ’63 riunitosi a Palermo, formato da alcuni intellettuali come Umberto Eco, Edoardo Sanguineti, Alberto Arbasino, Nanni Balestrini, Giorgio Manganelli et alii,  si chiedevano quale valenza potesse avere il racconto di una storia alla fine del secondo millennio, quando invece sarebbe il caso di abbandonare la narrazione di una storia in quanto tale per fare partecipare direttamente il lettore dei pensieri del protagonista, facendolo entrare all’interno del suo cervello. Solo affiancando il protagonista del romanzo e recependone tutte le forme assunte dal suo pensiero, il lettore riuscirà a comprendere l’impossibilità della narrazione. Solo la frammentarietà del racconto potrà far comprendere la frammentarietà dell’esistenza e la sua perdita di senso.

   Questo è ciò che fa Bernhard nel suo romanzo “La fornace” dove il protagonista Conrad alla fine del romanzo dice che “L’unica forma per potere raccontare è quella di rovesciare il contenuto del cervello direttamente sul foglio.”

E’ ciò che farà, alcuni decenni dopo, anche il premio Nobel John Fosse nel suo libro Melancholia nel 1995, anno della pubblicazione.

Nota biografica:

https://it.wikipedia.org/wiki/Thomas_Bernhard#Biografia

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