Le reali possibilità per uno scrittore esordiente di pubblicare il proprio libro
Magari è proprio leggendo il post “FOGAZZARO E IL MODERNISMO” che un esordiente può trovare la strada giusta. Conviene leggere con attenzione questa pagina del sito di NoiScrittoriNoiLettori: FOGAZZARO E IL MODERNISMO. Un sincero augurio di successo a tutti gli autori esordienti e non che decidono di percorrere questa strada.
FOGAZZARO E IL MODERNISMO

Il modernismo fu un vasto movimento filosofico-religioso-letterario che sorse alla fine dell’800 in coincidenza con lo sviluppo industriale e la rapida crescita della popolazione urbana. Il modernismo si oppose alle certezze del pensiero illuminista, nato dalla rivoluzione francese, e si scontrò con la fede religiosa del tempo ancora legata alla filosofia scolastica medievale.
Una sua caratteristica fu la critica verso le tradizioni letterarie e sociali del tempo che si ritenevano antiquate e sorpassate. Esso ha incoraggiato il rinnovamento di ogni aspetto della società – dal commercio alla filosofia – con l’obiettivo di eliminare ciò che era considerato di ostacolo al progresso.
Il modernismo ha fatto sue le idee evoluzionistiche di Charles Darwin (che nel 1859 scrisse “Le origini della specie”) che hanno messo in crisi le certezze religiose e le idee scientifiche di una unicità della specie umana, così come la presenta la Bibbia. Il rappresentante laico del modernismo italiano fu il vicentino Antonio Fogazzaro.
Ai primi anni del ‘900, i contatti fra ecclesiastici e laici, che simpatizzavano per le idee di Fogazzaro, assunsero un ritmo sempre più crescente soprattutto a Roma. Alla fine dell’Ottocento due vicentini emersero come punte di diamante nella scena culturale nazionale: il Fogazzaro che nel 1895 aveva composto “Piccolo mondo antico”, il romanzo più noto dopo I Promessi Sposi, e l’abate Giacomo Zanella, originario di Chiampo, autore della “Conchiglia fossile”, la lirica più famosa dopo il “Cinque maggio”.
Gli amici di Fogazzaro si chiamavano “cattolici progressisti” e si riunivano a Roma in due luoghi: nella biblioteca dei missionari del Sacro Cuore, incontri che facevano capo all’esegeta biblico padre Giovanni Genocchi, e in casa di Pio Molajoni (descritta nel capitolo VII del Santo). Sempre a Roma era nata l’Unione per il Bene (sorta in Francia nel 1892), che riuniva cristiani di ogni provenienza (cattolici, protestanti, ortodossi e liberi pensatori) per scopi filantropici e morali.
A livello europeo la rivoluzione modernista avvenne con Charles Baudelaire, autore de “I fiori del male” (1857), Gustave Flaubert, autore di “Madame Bovary” (1857) e con il pittore Édouard Manet, autore della “Colazione sull’erba” (1863).
Napoleone III nel 1863 aprì a Parigi “Le Salon des refugés” che esponeva i pittori respinti dalla cultura accademica, facendo conoscere la nuova pittura impressionista ai collezionisti e alla massa della borghesia del tempo. Ma veniamo al modernismo religioso di Fogazzaro. Frequentavano la biblioteca di padre Genocchi anche personalità illustri quali il cardinale Svampa e Satolli e lo stesso Achille Ratti che nel 1922 sarà eletto papa e prenderà il nome di Pio XI. Si discuteva della filosofia neo-cattolica di Maurice Blondel e di Lucien Laberthonnière, i cui “Annali di filosofia cristiana” furono messi all’Indice. I loro bersagli erano la Curia romana e i gesuiti, intransigenti difensori dell’ortodossia cattolica, che attaccarono più volte il Fogazzaro.

Il Vaticano chiudeva un occhio finché questi studiosi si limitavano a discutere le loro idee, ma l’importante era non metterle per iscritto, perché in tal caso interveniva, se necessario, la censura del Sant’Uffizio. Queste riunioni si svolgevano negli ultimi anni del pontificato di papa Leone XIII, persona coltissima, insigne latinista e di animo liberale, amico di padre Genocchi. Ma dopo la sua morte fu eletto Pio X (1903), che aveva la cultura, come scrive Ernesto Buonaiuti, di un buon parroco di campagna, il clima in Vaticano cambiò drasticamente.
Il nuovo papa instaurò un clima definito poliziesco per cui, ad un certo punto, si scatenò una specie di caccia alle streghe contro i preti e gli ecclesiastici che erano in odore di modernismo. Le riunioni in casa Molajoni erano frequentate da giovani laici e da un minor numero di sacerdoti della biblioteca di padre Genocchi. Erano nomi illustri come don Romolo Murri, fondatore della Democrazia Cristiana, Ernesto Buonaiuti, docente di Storia del cristianesimo all’Università La Sapienza di Roma, autore del libro “Lettere di un prete modernista”, che fu scomunicato, con la formula più grave “vitandus” e ridotto allo stato laicale. A livello nazionale i cattolici progressisti facevano capo ad Alessandro Manzoni, a Antonio Rosmini e Vincenzo Gioberti. Quest’ultimo scrisse “Del primato morale e civile degli Italiani” (1843), Rosmini “Delle cinque piaghe della santa Chiesa” (1848), che fu messo all’Indice, e Manzoni “Osservazioni sulla morale cattolica” (1819) che propone una visione di un Dio misericordioso verso ogni uomo, anche il più peccatore, che darà vita a grandi personaggi de I Promessi Sposi come Fra Cristoforo e il card. Federico Borromeo.
Altro famoso modernista fu don Brizio Casciola, l’ardente giovane prete che viveva in uno dei quartieri più poveri di Roma, il Tiburtino, conferenziere ricercatissimo, amico di padre Genocchi, che fondò colonie agricole per andare incontro ai bisogni dei derelitti e dei poveri, collaborò al “Rinnovamento”, la più nota rivista modernista, si preoccupò delle condizioni degli emigrati e alla sua persona si ispira la figura del Santo di Fogazzaro. Don Casciola fu sospeso “a divinis” ed il suo libro “Alcuni aspetti del cristianesimo secondo la tradizione” fu duramente attaccato dalla rivista vicentina reazionaria dei fratelli Scotton di Breganze “La riscossa”, finanziata da Pio X, e dalla rivista dei gesuiti “La civiltà cattolica”. Gli fu inoltre proibito di celebrare la messa e di ricevere pubblicamente la comunione. Si rifugiò in Francia, ma con la morte di Pio X, nel 1915, fu reintegrato nel pieno esercizio delle sue funzioni sacerdotali.
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Anche il Fogazzaro, quando si trovava a Roma, frequentava casa Molajoni, ed essendo il più anziano e la personalità laica più illustre e popolare della cultura cattolica, era ritenuto il precursore e il maestro del movimento modernista in Italia. Il giovane Pio Molajoni si mise in contatto con lui, inviandogli i suoi scritti che riguardavano l’attività dei cattolici in campo sociale e politico. Rimane un fitto carteggio di lettere fra il vecchio scrittore e il giovane che procurò al Fogazzaro un incontro con il cardinale Antonio Agliardi e fra i due nacque una viva e sincera amicizia. Un altro illustre cardinale che aveva subito simpatizzato con il Fogazzaro fu il francese F. D. Mathieu che nel 1900 lo invitò a colazione nella sua villa a Roma. Era naturale che alti prelati ed ecclesiastici volessero conoscere il grande scrittore e l’astro laico delle riunioni progressiste romane, mentre l’astro ecclesiastico era padre Giovanni Semeria, divenuto celebre per aver predicato in San Lorenzo in Damaso durante la Quaresima del 1897.
Dice il Fogazzaro che padre Semeria affascinava tutti e lo scrittore vicentino si incontrò spesso con lui e fu sempre in contatto epistolare. Nel 1899 Tommaso Gallarati Scotti iniziò con Fogazzaro un rapporto epistolare: lo scrittore considerò il giovane come un suo figlio, affetto che il giovane ricambiò scrivendo nel 1920 “La vita di Antonio Fogazzaro”. Ma come nasce la parola modernismo? Sembra che sia stata coniata nel 1903 dal direttore della rivista fiorentina “Vita cattolica”, Giuseppe Sacchetti, definizione che all’inizio aveva un carattere spregiativo (tutte le parole che finiscono in –ismo assumono un significato negativo). Il termine modernismo – nota Ernesto Buonaiuti – risulta improprio perché il movimento avrebbe dovuto chiamarsi “arcaismo”, perché si riallacciava ai valori originari del cristianesimo, superando i rigidi steccati innalzati dal Concilio di Trento (1545-1563).

Il modernismo rappresentava una aspirazione ad una rinascita integrale dello spirito evangelico, come scrive Buonaiuti ne “Il modernismo cattolico”. Il modernismo era nato nei paesi di cultura protestante, ad opera di stimolanti personaggi come il cardinal Newman, presbitero anglicano che si convertì al cattolicesimo e fu proclamato santo da papa Francesco nel 2019. Il movimento trovò terreno fertile in Francia che aveva la più grande tradizione di studi religiosi e da là si era diffuso anche in Italia nel clima tollerante del pontificato di Leone XIII. Il fenomeno modernista continua ad attirare l’attenzione e l’interesse degli studiosi, ma rimane ancora non sufficientemente analizzato e studiato.
Il clima aperto e tollerante di Leone XIII cessò con la nomina a papa del cardinale Giuseppe Sarto che, con l’enciclica “Pascendi gregis” del 1907,condannò in toto il modernismo, definito come “la madre di tutte le eresie”. Il conclave del 1903 prevedeva la nomina a papa del card. Mariano Rampolla, segretario di Stato di Leone XII (1887-1903), ma, all’inizio delle votazione, si alzò il cardinale di Cracovia che comunicò al collegio cardinalizio il veto dell’imperatore Francesco Giuseppe sul nome di Rampolla, secondo un antico privilegio che spettava ai sovrani cattolici. Esisteva fra il cardinale e l’imperatore una certa ruggine perché il Rampolla aveva consigliato il papa Leone XIII di negare i funerali religiosi al figlio dell’imperatore Rodolfo che si era suicidato.

Bruciata la candidatura di Rampolla, i cardinali elessero papa il card. Sarto, patriarca di Venezia, che, appena eletto, abolì il diritto di veto che spettava ad alcuni sovrani cattolici. Il nuovo papa combatté con tutti i mezzi il modernismo, come abbiamo già detto, e introdusse nel 1910 il “giuramento della fede” che obbligava il clero a dichiarare la sua non appartenenza al modernismo. Nel 1911 Pio X nominò vescovo di Vicenza mons. Ferdinando Rodolfi, uno dei più grandi vescovi della diocesi di Vicenza. Governò dal 1911 al 1943, fece solenne ingresso a Vicenza il 23 luglio 1911 e fu accolto con favore dal clero democratico e riformista, ma subito osteggiato dal clero e dai fedeli intransigenti e conservatori. Durante la prima guerra mondiale, diede un forte appoggio alle autorità militari per l’assistenza dei feriti, trasformando il seminario di Vicenza in ospedale. Nel febbraio del 1917, insieme con il sindaco, guidò una processione a Monte Berico, durante la quale fece voto solenne di istituire come festivo per tutta la diocesi il giorno della natività di Maria santissima, in cambio della protezione divina da incursioni nemiche nel territorio vicentino. Mons. Rodolfi appoggiò il sindacalismo cattolico di mons. Giuseppe Arena, favorì la nascita del partito popolare che, nelle elezioni del 1921-1922, ottenne un grande successo in provincia, ma non in città.

Il vescovo si scontrò con il fascismo locale: nella notte fra il 7-8 aprile 1924 a Sandrigo una squadraccia fascista, che cercava mons. Arena per punirlo per la sua opposizione ai fascismo, entrò in parrocchia, pestò a sangue due sacerdoti e la perpetua. Rodolfi scrisse a Mussolini e scomunicò gli aggressori. Quando nel settembre del 1924, Mussolini venne a Vicenza, ricevette il vescovo per tentare una pacificazione. Come se ciò non bastasse i fascisti nel 1931 assalirono anche la sede dell’Azione Cattolica. Rodolfi scrisse una durissima lettera alle autorità locali e a Mussolini, lettera che suscitò le proteste del Duce che accusò il vescovo di voler “umiliare il fascismo”. Nel 1913 Gottardo Scotton, con la rivista “La Riscossa”, lo accusò di “episcopalismo”, accusa gravissima ripresa anche dal cardinale vicentino Gaetano De Lai, braccio destro di Pio X, che accusò mons. Rodolfi di “essere a Vicenza quello che a Roma era il papa”. Questo clima di caccia alle streghe cessò con la morte di Pio X e la nomina a papa di mons. Giacomo Della Chiesa, nominato da Pio X vescovo di Bologna, creato cardinale nel 1914 e tre mesi dopo eletto papa con il nome di Benedetto XV.
Frattanto scoppiava la prima guerra mondiale ed il papa si fece promotore di diverse proposte di pace. Quando l’Italia nel 1915 entrò in guerra, gli ambasciatori degli Stati esteri se ne andarono da Roma e il papa si sentì chiuso e prigioniero in Vaticano. Egli definì la guerra una “inutile strage”, un “suicidio dell’Europa civile” e una “punizione divina”. I modernisti si proponevano di promuovere il rinnovamento della Chiesa, conciliare le dottrine della fede con le conquiste del pensiero moderno, ma sempre rimanendo all’interno della Chiesa, senza rompere con l’autorità ecclesiastica. Vi era in essi la volontà di superare le dottrine della filosofia scolastica medievale, fondata sul principio della trascendenza. La filosofia non deve basarsi sul principio della trascendenza ma dell’immanenza che parte dai bisogni, dalle aspirazioni della conoscenza umana.

Il metodo dell’immanenza si fondava anche sull’opera “Action” di Maurice Blondel, per il quale è necessario trovare nell’azione e quindi nell’uomo la sintesi di naturale e soprannaturale. I filosofi scolastici utilizzavano il patrimonio della filosofia antica di Platone e Aristotele (Sant’Agostino si ispirava al primo, mentre San Tommaso d’Aquino al secondo) e al pensiero della Patristica per affrontare alcune questioni fondamentali della dottrina cristiana, come il problema dell’esistenza di Dio, la natura dell’anima, la fisica e la metafisica. Il 20 luglio 1903 morì Leone XIII all’età di 93 anni dopo aver scritto 86 encicliche delle quali la più famosa è la “Rerum novarum” (1867), una risposta al “Capitale” di Karl Marx, che fissa le norme di condotta dei lavoratori cristiani. Il Fogazzaro scrisse un articolo commemorativo di Leone XIII su “La Stampa”, in cui elogiò il pontefice per le sue virtù sacerdotali, per aver aperto gli archivi vaticani e istituito la Commissione per gli studi biblici, ma l’elezione di Pio X gli tolse ogni speranza che il nuovo pontefice continuasse la linea di tolleranza e apertura di Leone XIII. Infatti, appena eletto papa, Pio X mise all’Indice i cinque libri del Loisy, fondatore del modernismo francese, mentre il Fogazzaro era impegnato nella stesura de il Santo, che doveva essere una specie di manifesto di battaglia del modernismo e del rinnovamento della Chiesa e del cattolicesimo. Alla base del nuovo libro del Fogazzaro c’erano le opere di Harnack, Loisy, Laberthonnière, Murri e soprattutto di George Tyrrell.
SUGGERIMENTO
Il Santo presentava come protagonista Piero Maroni che si era ritirato a Subiaco, assumendo il nome di Benedetto, ma tutti lo chiamavano il Santo, perché viveva in povertà e preghiera. Incominciò anche per lui la persecuzione dei modernisti e Benedetto venne cacciato da Santa Scolastica e si recò a Ienne, dove assisteva i malati, i poveri e i moribondi. Cacciato anche da Ienne, decise di portare il suo ardente messaggio religioso nel cuore stesso della capitale del cristianesimo, a Roma. Intervenne ad una riunione di cattolici progressisti, dove espresse le proprie idee sulla necessità di una riforma interna della Chiesa, idee che ripeterà al pontefice, in un fortuito incontro notturno. Benedetto, ritenuto pericoloso dai cattolici intransigenti, venne costretto dalle autorità ad allontanarsi da Roma e allora si recò a vivere fra la povera gente del Testaccio. La sua salute era gravemente compromessa e lasciò questa vita, circondato dai poveri, e dai suoi amici e discepoli. Prima di accingersi a scrivere il Santo, il Fogazzaro si era recato per documentarsi a Subiaco dove familiarizzò con i monaci benedettini e la poverissima ma cordialissima popolazione del luogo. Rimase affascinato dal paesaggio mistico, severo, con orridi fragorosi che gli ricordavano le sue Alpi. La scena culminante de Il Santo è l’incontro notturno con il pontefice. I concetti di Benedetto espressi al papa derivavano da alcuni autori riformisti, come il Tyrrell e Rosmini. Il Manzoni assistette in punto di morte Rosmini, che lasciò per testamento tre parole: adorare, tacere, gioire. Nello scrivere il Santo Fogazzaro intendeva rivolgersi non ai teologi o ai critici, ma alla massa dei lettori interessata ai problemi religiosi. Benedetto espone al papa i quattro spiriti maligni che rendono inferma la Chiesa: lo spirito di menzogna, lo spirito di dominazione, lo spirito di avarizia e lo spirito di immobilità. Il Concilio Vaticano II andò ben oltre alle richieste del Fogazzaro, espresse sessanta anni prima. Per questo il Fogazzaro è considerato l’antesignano e il profeta del Concilio Vaticano II, perché ha intuito, con abbondante anticipo, in un clima ostile, le grandi riforme della Chiesa che vanno dal dialogo interno al dialogo esterno con i non cattolici e i non credenti. Ecco le parole di Benedetto al pontefice: “Io scongiuro Vostra Santità di uscire dal Vaticano” ed esorta il papa a non colpire con l’Indice e il Sant’Ufficio uomini che sono l’onore della Chiesa e lo invita a restaurare lo spirito di povertà e di fratellanza con gli umili e i diseredati. Il Santo uscì il 5 novembre del 1905 e andò subito a ruba. Nei giorni successivi tutti i giornali parlavano del libro con un numero straordinario di articoli raccolti da Sebastiano Rumor in tre volumi che si possono consultare nella Biblioteca Bertoliana di Vicenza. Il più grande elogio de Il Santo fu scritto da Giovanni Papini nella rivista “Leonardo” del 1905: “In un Paese come l’Italia, dove i romanzieri non sanno uscire dai soliti tipi della donna adultera, del mondano epicureo, del superuomo sfortunato, dell’apostolo umanitario, un romanzo come il Santo, che ci richiama ai problemi dell’anima e alla serietà della vita, è una nobile ed eccitante anormalità che bisogna ammirare”. Il 6 aprile del 1906 l’Osservatore Romano pubblicò il decreto di condanna all’Indice del romanzo che, come scriverà la Civiltà Cattolica, non conteneva nessun errore teologico. Perché allora fu messo all’Indice? Lo dice il papa stesso in una sua lettera: il Fogazzaro corrompeva ed era un cattivo maestro per i giovani. Dopo la condanna lo scrittore vicentino, in una lettera al Crispolti del 18 aprile 1906, dichiarò: “Io presto obbedienza, come è un dovere di cattolico, al decreto della congregazione dell’Indice”. Il 21 aprile la lettera venne pubblicata dall’Avvenire d’Italia scatenando una violenta campagna anticlericale. Nel 1906 il Santo venne tradotto in inglese e in America ebbe un successo straordinario tanto che il presidente degli Stati Uniti Theodor Roosevelt scrisse al Fogazzaro una calorosa lettera di congratulazioni. Nel 1911 lo scrittore fu ricoverato all’Ospedale di Vicenza per una operazione al fegato che gli fu fatale. Il 7 marzo i giornali di tutta Italia uscirono in edizione straordinaria per annunciare la sua morte. Il 9 marzo ai suoi funerali partecipò la città intera. Pio X così commentò la sua morte: “Povero Fogazzaro, era un buon cristiano”. Nello stesso anno il Fogazzaro fu candidato al premio Nobel, ma la commissione svedese disapprovò la sua sottomissione all’autorità ecclesiastica e gli negò l’ambito riconoscimento.













