In questo post ‘Concorsi letterari a pagamento: chiedere informazioni non è un reato‘ è possibile riflettere sui concorsi letterari a pagamento. Forse uno scrittore esordiente potrebbe leggere con attenzione l’articolo dell’autore di codesta rubrica. Sono sicuro che un’attenta lettura può tornare utile per rivisitare le proprie opere con una più accurata analisi. Un augurio cordiale a tutti gli esordienti per un successo letterario.
Ernesto de Feo
Concorsi letterari a pagamento: chiedere informazioni non è un reato

Ci sono persone che vincono i concorsi letterari, persone che non vengono premiate e poi c’è chi commette l’errore imperdonabile di fare domande. È capitato ad un mio amico quest’anno, con un concorso letterario in dialetto, naturalmente dopo aver versato la quota di partecipazione. In Italia il talento è gratuito; essere giudicati, invece, si paga in anticipo. Il verdetto, si sa, arriva sempre dopo la somma sborsata.
Dopo un’attesa ragionevole ha scritto una email educata: a che punto sono i lavori? Quando si sapranno gli esiti? Una richiesta che merita tre righe e un cordiale saluto. La risposta dell’editore organizzatore alla legittima domanda, che non ripeto – per carità di patria –, si è miseramente ispirata al «vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare». Sui tempi, neanche una sillaba. Zero informazioni, moltissime opinioni.
Poi sono arrivati i risultati. Il nome dell’amico non c’è, né tra i premiati né tra i menzionati. Coincidenza, certo. Le coincidenze esistono e non ci sono elementi per sostenere altro. Mi limito a mettere in fila i fatti: domanda, risposta pseudodantesca, esclusione. Ognuno tragga le conclusioni che crede; la geometria, almeno quella, è imparziale.
Mi son fatto dare il bando e ho cercato allora i giurati. Un concorso che pretende di giudicare tutti i dialetti d’Italia, dal siciliano al friulano, dovrebbe schierare almeno una giuria capace di distinguerli. Nomi e competenze: non pervenuti. O è una giuria così modesta da volersi nascondere o così poliglotta da comunicare solo per telepatia. In ogni caso, il segreto istruttorio più ermetico che si ricordi fuori da una procura.
Chi versa una quota stipula un contratto: tu paghi, loro organizzano. E il codice civile, libro noioso ma vigente, agli articoli 1175 e 1375 ricorda che le parti devono comportarsi secondo correttezza e che il contratto va eseguito secondo buona fede. Non è una minaccia, è una lettura consigliata: gratuita e poco frequentata dagli editori, specie da quelli di certe zone dove l’aria si pensa più profumata. Vale per chi partecipa e, per una curiosa simmetria, anche per chi incassa.
Scrivo per i tanti poeti e scrittori che ogni anno aprono il portafoglio prima dell’ispirazione. Non tutti i concorsi con quota sono un problema: molti sono seri. Ma prima di versare un euro, meglio dotarsi di un piccolo vademecum: sette regole semplici.
Primo, leggere il bando per intero. Quanto costa, cosa comprende davvero la quota, quando e come si comunicano gli esiti. Se mancano questi dati manca la voglia di essere trasparenti.
Secondo, cercare la giuria prima di cercare l’ispirazione. Nomi, ruoli e competenze devono essere pubblici, e per un concorso in dialetto la competenza specifica non è un optional, è la condizione minima perché il giudizio abbia un senso.

Terzo, studiare le edizioni precedenti: vincitori reali, cerimonie documentate, foto vere.
Quarto, chiedere sempre per iscritto e conservare tutto, email comprese, ricevute comprese, bando compreso.
Quinto, diffidare dei premi fatti di antologie da comprare o “servizi editoriali” a pagamento: perché fare pagare due volte la stessa illusione?
Sesto, leggere le clausole su diritti d’autore e trattamento dei dati prima di firmare, non dopo aver già immaginato la cerimonia di premiazione.
Settimo, e più utile di tutti gli altri messi insieme, parlare con chi ha già partecipato. È l’unica giuria che non chiede la quota e, di solito, è anche la più sincera.
Da questa storia raccontatami ho guadagnato una certezza: chi non sa rispondere a una domanda semplice difficilmente saprà giudicare un verso o un racconto. E chi incassa la quota dovrebbe almeno saper incassare anche una domanda, soprattutto se vive di letteratura.
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