Le reali possibilità per uno scrittore esordiente di pubblicare il proprio libro
In questo post ‘LIBERO IN UN LIBRO: Il dovere della memoria: perché leggere “La notte” di Elie Wiesel‘ è possibile riflettere sull’importanza del libro. Forse uno scrittore esordiente potrebbe leggere con attenzione l’articolo dell’autore autorevole di codesta rubrica. Sono sicuro che un’attenta lettura può tornare utile per rivisitare le proprie opere con una più accurata analisi. Un augurio cordiale a tutti gli esordienti per un successo letterario.
CARMINE DI GIUSEPPE
LIBERO IN UN LIBRO: Il dovere della memoria: perché leggere “La notte” di Elie Wiesel

LIBERO IN UN LIBRO: Il dovere della memoria: perché leggere “La notte” di Elie Wiesel
Nell’approssimarsi del “Giorno della Memoria”, il 27 gennaio, sento il dovere – prima ancora che il desiderio – di segnalare un libro che per me è stato ed è tuttora fondamentale. Un libro che mi ha accompagnato in ognuno dei tre viaggi compiuti ad Auschwitz, come una presenza silenziosa ma necessaria, capace di dare parole a ciò che, spesso, le parole non riescono a contenere.
Nulla è paragonabile a ciò che si vede e si sente in quel luogo. Camminando tra i viali di filo spinato, tra le baracche annerite dal tempo, sotto la neve e l’intenso freddo che sembra non appartenere solo al clima ma alla storia stessa, si ha la sensazione che ogni difesa interiore sia smantellata. È lì, in quel silenzio che pesa più di qualsiasi rumore, che tornavano insistentemente alla mia mente le parole di Terenzio, tratte dall’Heautontimorùmenos (Il punitore di se stesso), quando Cremete, invitato da Menedemo a farsi gli affari propri, risponde: «Homo sum, humani nihil a me alienum puto» – “Sono un uomo, e nulla di ciò che è umano ritengo mi sia estraneo.”
Davanti ad Auschwitz, questa frase ha smesso, per me, di essere una raffinata sentenza letteraria ed è diventata un imperativo morale. Nulla, di ciò che è accaduto lì, può essere considerato “altro”, lontano, estraneo. Auschwitz interpella l’umano in quanto tale. È in questo spazio di responsabilità, prima ancora che di memoria, che si colloca la lettura di determinati libri.
Esistono, infatti, libri che si leggono e libri che ci leggono dentro, interrogando le fondamenta della nostra coscienza. Libri che non si limitano a raccontare, ma costringono il lettore a prendere posizione. “La notte” di Elie Wiesel appartiene senza esitazione a questa seconda categoria. Pubblicato nel 1958, questo breve ma densissimo memoriale non è soltanto il resoconto della prigionia ad Auschwitz e Buchenwald: è l’autopsia di un’anima che assiste alla morte di Dio dietro il reticolato.

Il racconto si apre a Sighet, in Transilvania. Eliezer è un adolescente profondamente religioso, animato da una fede ardente e da un desiderio autentico di comprendere i misteri della Torah e della mistica ebraica. Questa innocenza spirituale è brutalmente infranta nel 1944, quando l’intera comunità ebraica locale è deportata ad Auschwitz. Da quel momento, il viaggio nei vagoni piombati non è solo uno spostamento geografico verso la Polonia, ma una vera e propria discesa agli inferi.
All’arrivo a Birkenau, la selezione spezza per sempre il nucleo familiare: Elie viene separato dalla madre e dalle sorelle e resta solo con il padre. La vita nel campo diventa una lotta quotidiana per la sopravvivenza, scandita dal fumo dei crematori, dall’odore acre della morte e dal suono ossessivo delle sirene. Ciò che, però, rende “La notte” un’opera unica nel panorama della letteratura della Shoah non è solo la descrizione dell’orrore fisico: è il naufragio della fede.
Il momento più sconvolgente del libro è l’esecuzione di un bambino, un giovane assistente dei kapò. Mentre il piccolo agonizza sulla forca, qualcuno nella folla chiede: «Dov’è Dio?» La risposta che matura in Wiesel è devastante: Dio è lì, appeso a quella forca, morto insieme a quel bambino. Per l’autore – che riceverà il Premio Nobel per la Letteratura nel 1986 – la Shoah non è stata solo il tentativo di sterminare un popolo, ma il momento in cui l’alleanza tra il Creatore e l’uomo si è spezzata nel silenzio dei cieli.
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Proporre oggi la lettura de “La notte”, in un tempo in cui riaffiorano con inquietante frequenza forme vecchie e nuove di antisemitismo, non significa compiere un semplice esercizio di memoria storica. Ci sono almeno tre ragioni fondamentali per tornare a queste pagine.
La prima è la lotta contro l’indifferenza. In un’epoca saturata di immagini di dolore che rischiamo di consumare senza più sentire, questo libro spezza il torpore emotivo e ci costringe a guardare.
La seconda è il dialogo autentico con il sacro. Per chi crede, “La notte” è una sfida necessaria. Non esiste una fede adulta che non attraversi la domanda sul male innocente. Il grido di Wiesel è simile a quello dei Salmi o di Giobbe: un grido che non nega Dio, ma lo interroga fino allo scandalo, pretendendo una risposta.
La terza è la responsabilità della parola. Wiesel scrive con una prosa scarna, essenziale, quasi biblica. Ci insegna che davanti all’orrore non servono aggettivi, non servono effetti retorici: serve la verità nuda, detta con pudore e fermezza.

“La notte” è un libro che lascia cicatrici. Ma sono cicatrici necessarie. Leggerlo significa accettare di guardare nell’abisso per imparare a riconoscere, con ancora maggiore lucidità, ogni piccola luce di umanità che ancora oggi siamo chiamati ad accendere.
È un invito al silenzio, alla riflessione e, infine, a un impegno rinnovato verso l’altro, perché, se davvero nulla di ciò che è umano ci è estraneo, allora la memoria non è solo ricordo del passato, ma responsabilità per il futuro.
Se cerchi una lettura che non ti lasci come ti ha trovato, l’hai appena incontrata.
















