Le reali possibilità per uno scrittore esordiente di pubblicare il proprio libro
In questo post ‘LIBERO IN UN LIBRO: I convitati di pietra: il tempo come ultimo commensale‘ è possibile riflettere sull’importanza del libro. Forse uno scrittore esordiente potrebbe leggere con attenzione l’articolo dell’autore autorevole di codesta rubrica. Sono sicuro che un’attenta lettura può tornare utile per rivisitare le proprie opere con una più accurata analisi. Un augurio cordiale a tutti gli esordienti per un successo letterario.
CARMINE DI GIUSEPPE
I convitati di pietra: il tempo come ultimo commensale

I convitati di pietra: il tempo come ultimo commensale
di Carmine Di Giuseppe
Ci si sente immortali quando si è giovani. Si gioca con l’idea della morte come fosse un concetto remoto, un’astrazione senza peso, un’ipotesi che non riguarda davvero nessuno. È su questa incoscienza che prende forma il patto perverso all’origine de “I convitati di pietra” di Michele Mari, romanzo che ha conquistato il Premio Strega 2026 proprio perché ha saputo trasformare un gioco adolescenziale in una meditazione feroce sul tempo, sulla memoria e sulla natura umana.
Il 22 luglio 1975, una classe del liceo festeggia il primo anniversario dell’esame di maturità. Tra brindisi, scherzi e nostalgie, nasce un accordo che sembra una goliardata: ogni anno, ciascuno dei trenta ex alunni verserà una quota di denaro, investita per generare un capitale destinato a crescere fino a cifre astronomiche. Il premio finale spetterà ai tre superstiti. Una scommessa sul futuro che intreccia denaro, destino e sopravvivenza. Un gioco che, anno dopo anno, si trasforma in una roulette morale.
Finito il tempo dei brindisi, esauriti i ricordi e le complicità scolastiche, alla goliardia subentrano la riflessione, poi l’ossessione, infine la competizione. Il miraggio del premio – capace di cambiare la vita dei tre rimasti – trasforma i compagni in concorrenti. La sfida è vivere, perché vincere significa non morire. Ogni cena del 22 luglio diventa più cupa, segnata dalle assenze di chi è venuto a mancare e la cui morte aumenta, anno dopo anno, le probabilità di vittoria degli altri.
Mari costruisce un ingranaggio spietato: ci si osserva con sospetto, si scrutano i segni del tempo, si annotano i malanni e si rinnovano antichi rancori. La paura diventa un nuovo convitato alla tavola della morte, la più subdola delle consigliere. «Non si sfugge al passato, perché non è dietro di noi ma dentro», scrive Mari, e questa frase è la chiave dell’intero romanzo.
Nei trenta protagonisti riaffiorano le rivalità dei giorni della scuola, i torti subiti, gli amori non ricambiati, le promesse mancate, le fortune familiari che hanno creato fratture incolmabili. La memoria del passato diventa alibi per l’egoismo e la vendetta; la giovinezza, con la sua illusione di eternità, si trasforma in una maledizione. Il gioco del tempo – questa partita segreta che non si può nominare al di fuori del gruppo – da rito collettivo diventa dannazione individuale, in una corsa famelica verso la solitudine.
Il titolo è già una dichiarazione d’intenti. I “convitati di pietra” sono i protagonisti stessi, seduti ogni anno alla medesima tavola, ma sempre più consapevoli della presenza silenziosa del tempo e della morte. A ogni cena il numero dei commensali diminuisce, mentre aumenta il peso delle assenze. Il vero convitato, invisibile ma onnipresente, è il tempo, che accompagna ogni incontro e scandisce inesorabilmente il destino del gruppo.
Seguendo il gruppo che negli anni si assottiglia, Mari delinea rivalità e risentimenti, istinti e passioni, coalizioni e tradimenti. Racconta il tempo e la vecchiaia inesorabile, fotografando una generazione borghese estremamente reale, come i luoghi di Milano in cui si muove: una città che diventa specchio della loro immobilità, dei loro fallimenti, delle loro ossessioni.

La narrazione procede con un ritmo ciclico e implacabile: anno dopo anno, cena dopo cena. Mari passa da un convitato all’altro con una scrittura sorvegliata e densissima, capace di alternare registri diversi senza mai perdere precisione. La sua prosa, ricca di allusioni, di sottigliezze lessicali e di improvvise accensioni ironiche, trasforma una vicenda apparentemente semplice in una riflessione di straordinaria profondità sul tempo e sulla natura umana. Nulla è lasciato al caso: ogni dialogo, ogni ricordo, ogni dettaglio contribuisce alla costruzione di un meccanismo narrativo tanto rigoroso quanto coinvolgente. È un romanzo che non giudica, ma osserva; non consola, ma rivela.
Il risultato è un racconto grottesco e lucidissimo: una classe come microcosmo dell’umanità intera, sempre rivolta indietro, ossessionata dalle colpe altrui, ingarbugliata su se stessa e prigioniera delle proprie paure. Una generazione che, arrivata sul miglio finale, si ritrova smarrita e a mani vuote.
«Forse c’era da qualche parte un metodo migliore per irridere la morte, ma se c’era loro non lo avevano trovato», scrive Mari. Ed è qui che il romanzo raggiunge la sua verità più profonda: la morte non si irride, il tempo non si aggira, la giovinezza non si conserva. Si può solo guardare, con lucidità, ciò che resta.
I convitati di pietra è un romanzo commosso e giocoso, crudele e tenero, che svela con perfido divertimento le pulsioni nascoste dentro l’amicizia. È un libro che parla della giovinezza e della vecchiaia, della memoria e dell’oblio, della competizione e della paura. È un romanzo a orologeria, il cui ticchettio incessante riflette sul tempo a nostra disposizione.
La vittoria del Premio Strega 2026 non è un riconoscimento casuale: è la conferma che Mari ha scritto un’opera che non solo racconta una storia, ma racconta noi. Le nostre illusioni, le nostre ferite, le nostre ossessioni. La nostra incapacità di sfuggire al passato. La nostra paura di essere gli ultimi rimasti.
Per tutte queste ragioni, I convitati di pietra non è soltanto consigliato: è necessario. Necessario per chiunque voglia capire cosa resta della giovinezza quando il tempo ha finito di giocare.
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