In questo post ‘Poesie per tutti: Canto di donna‘ è possibile riflettere sull’importanza della poesia. Forse uno scrittore esordiente potrebbe leggere con attenzione l’articolo dell’autore di codesta rubrica. Sono sicuro che un’attenta lettura può tornare utile per rivisitare le proprie opere con una più accurata analisi. Un augurio cordiale a tutti gli esordienti per un successo letterario.
Ernesto de Feo
Canto di donna di Sergio Solmi

Ernesto de Feo
Canto di donna di Sergio Solmi
Canto di donna che si sa non vista
dietro le chiuse imposte, voce roca,
di languenti abbandoni e d’improvvisi
brividi scorsa, di vuote parole
fatta, ch’io non discerno.
O voce assorta, procellosa e dolce,
folta di sogni, quale rapiva
i marinai in mezzo al mare, un tempo,
canto di sirena.
Voce del desiderio, che non sa
se vuole o teme, ed altra non ridice
cosa che sé, che il suo buio,
tremante amore.
Come te l’accesa carne parla
talora, e ascolta sé stupefatta
esistere.
“Canto di donna” è, prima di tutto, il racconto di un rapimento. Non un rapimento fisico, ma quello — altrettanto reale — che si compie attraverso un suono: un canto femminile, sconosciuto, non lontano, improvviso, che intriga il poeta proprio in virtù della sua mancanza di identità. È il verbo stesso, “rapiva“, a rivelare la vera chiave della poesia, il punto in cui l’incanto, il rapimento dichiara il proprio nome e diventa il demone che ispira il poeta.
Quella voce arriva “non vista / dietro le chiuse imposte“: una soglia domestica la rende insieme presente e inaccessibile. Il corpo che canta resta fuori campo per tutto il componimento — non ne conosceremo mai il volto, non sapremo chi sia, è solo vagheggiato, immaginato, sognato — e questa assenza non è un limite, ma la condizione stessa del rapimento. Se il poeta vedesse quella donna, se ne conoscesse la storia, la voce si chiuderebbe in un’identità precisa e l’incanto si spezzerebbe subito. Sarebbe un corpo con fattezze precise, vita vissuta e, forse, una persona conosciuta. Invece, il non conoscere, il non sapere diventa la fonte dell’incanto. È proprio il non sapere chi canti a lasciare aperto lo spazio del desiderio: quella voce “di vuote parole fatta, ch’io non discerno” diventa schermo su cui il poeta può proiettare tutto ciò che vuole immaginare, sentire, percepire.

La voce è “roca“, fatta di parole di cui non importa il senso: non è il significato a rapire, ma la trama sonora, il timbro che porta con sé “languenti abbandoni” e “improvvisi brividi“. È una sensualità che passa tutta attraverso l’udito, ed è per questo che si carica di un’ambiguità che la vista avrebbe forse sciolto troppo in fretta.
A questo punto Solmi rende esplicito ciò che il lettore già intuisce, richiamando il mito: quella voce è “canto di sirena“, un canto chimerico capace di “rapire / i marinai in mezzo al mare, un tempo“. Ma qui il rapimento non avviene più in un mare lontano, mitico e leggendario: accade nel presente, dietro imposte chiuse, in una dimensione quotidiana, umana, reale. Il potere del canto sconosciuto non è più appannaggio del mito — può accadere a chiunque, in una strada qualunque — e forse è ancora più inquietante proprio perché così vicino e la chimera mitologica l’abbiamo vicina a noi con tutte le sue conseguenze.
Da qui la poesia scivola verso la sua vera materia: non la donna, ma il “desiderio” stesso, definito con una delle formule più belle del testo — una voce “che non sa / se vuole o teme“. È l’ambivalenza a fare da centro gravitazionale: il desiderio non è mai puro slancio, ma tensione trattenuta, “tremante amore” che si rivela e insieme si nasconde, “buio” a se stesso prima ancora che agli altri. Il rapimento iniziale trova qui la sua natura più profonda: non si tratta di essere condotti altrove, ma di essere condotti dentro se stessi, dentro un desiderio che non si conosce ancora del tutto. Ma il desiderio e l’amore non sono come un canto che senti e po i fugge via lasciandoti in mano nulla se non l’idea di un qualcosa che hai percepito ma che non hai mai saputo e potuto trattenere? Non sono, forse, solo una chimera?
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L’ultima svolta è forse la più sottile: quella voce diventa modello per la carne di chi ascolta — “come te l’accesa carne parla / talora” — e la chiusa capovolge la prospettiva: non è più la donna a essere osservata, ma è l’io che si scopre “stupefatta” (al femminile, in un’identificazione totale) di esistere, di sentirsi corpo desiderante nel momento stesso in cui desidera.
In poche righe ritmate e veloci, ermetiche per densità ma limpide per architettura, Solmi condensa un’intera fenomenologia del desiderio: qualcosa che non si vede, che si sente prima di capirsi e che nel momento in cui si riconosce ci rivela noi stessi.
- Breve biografia
Sergio Solmi (Rieti, 16 dicembre 1899 – Milano, 7 ottobre 1981) è stato critico letterario, poeta, avvocato e partigiano italiano, figlio dello storico Edmondo Solmi. Trasferitosi a Torino da bambino, frequentò il Liceo Classico Gioberti, avendo tra i suoi insegnanti Attilio Momigliano, e giovanissimo partecipò come ufficiale di fanteria alla Prima guerra mondiale. Fu a Torino che nacque il suo lungo legame con Eugenio Montale, conosciuto già nel 1917 durante un corso per allievi ufficiali a Parma.
Per mestiere non fu mai uomo di lettere a tempo pieno: fece per mezzo secolo l’avvocato, a capo dell’Ufficio Legale della Banca Commerciale Italiana, definendo se stesso, non senza ironia, un “leguleio”. Fu proprio l’insonnia, diceva, ad alimentare la sua scrittura notturna.

Come critico è considerato una delle voci più autorevoli del Novecento italiano: Zanzotto affermò che “mai Solmi ha sbagliato”, Fortini lo definì “quel nostro maestro della critica”. Francesista di formazione (fondamentali i suoi studi su Rimbaud e Montaigne) e leopardista, fu tra i più fini interpreti della letteratura contemporanea, raccolta nel volume Scrittori negli anni (1963).
Come poeta pubblicò Fine di stagione (1933), Poesie (1950), Levania e altre poesie (1956), Dal balcone (1968), fino alle Poesie complete (1974) — un’opera che lui stesso descrisse come “una situazione appartata e solitaria, spesso fraintesa dalla critica per la sua difficoltà a essere classificata, di volta in volta, fra le correnti del tempo“.



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