Il viaggio dello scrittore: IL PRIMO CAPITOLO

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Le reali possibilità per uno scrittore esordiente di pubblicare il proprio libro

In questo post ‘Il viaggio dello scrittore: IL PRIMO CAPITOLO‘ è possibile riflettere sull’aspirante scrittore, che parte da una condizione umana per raggiungerne un’altra con la scrittura, magari più critica, forse più ansiogena, certamente più consapevole. Forse uno scrittore esordiente potrebbe leggere con attenzione l’articolo dell’autore autorevole di codesta rubrica. Sono sicuro che un’attenta lettura può tornare utile per rivisitare le proprie opere con una più accurata analisi. Un augurio cordiale a tutti gli esordienti per un successo letterario.

Pier Fausto Pon
IL PRIMO CAPITOLO
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IL PRIMO CAPITOLO

Abbiamo sistemato tutto, non ci resta che scrivere. La scaletta ci fornisce solo un’indicazione approssimata su “cosa” succede nel primo capitolo: lui, col cane, incontra lei in un parco, mentre porta a spasso il cane. Ma noi conosciamo con assoluta precisione anche il “come” ciò accade, se è lui ad attaccare discorso, o se il pretesto per conoscersi è fornito da uno scambio affettuoso o litigioso fra i cani. Sappiamo come li presenteremo, abbiamo in mente ciò che si diranno, i loro caratteri, come finirà la scena. Ci abbiamo rimuginato su in ogni scampolo di tempo; i trasferimenti per lavoro, da esasperante perdita di tempo, tramutati in preziose sedute di riflessione su ciò che riverseremo sulle pagine del primo capitolo.  Spesso un incipit si è imposto fin dall’inizio alla nostra attenzione, dobbiamo solo cominciare a scrivere. 

È il momento di togliere il freno a mano e di gettarci a capofitto sui tasti, aggiungere parole a parole, senza pensarci troppo, in assoluta libertà.  Completiamo il primo capitolo, se è di una lunghezza ragionevole, altrimenti completiamo le prime pagine fino alla prima logica pausa.

 Adesso rileggiamo e scopriamo il nostro stile.

Io credo che ognuno di noi nasconda dentro di sé un proprio, unico stile, che ancora non conosce. Non è quello dei temi a scuola, composizioni in cui la forma richiesta soffoca spesso ogni spunto individuale; neppure quello schematico delle mail in cui, salvo le dovute eccezioni, il linguaggio si costringe entro schemi noti, qualcosa a metà fra una lettera commerciale e un curriculum vitae.  Nel primo capitolo, se abbiamo il coraggio di lanciarci senza paracadute, potremmo approdare in luoghi sorprendenti. Potremmo anche scoprire che il nostro modo di scrivere non ci piace: ci pensavamo satelliti del pianeta Carver e ci scopriamo a orbitare attorno a Saul Bellow.

Una volta identificato lo stile che ci giunge naturale, rileggiamo di nuovo, con l’occhio critico che noi lettori indefessi riserviamo agli altri autori. Potremmo rimanere delusi: non è detto che il vino del contadino, il massimo della genuinità, debba per forza valere qualcosa.




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 Non credo sia possibile stravolgere una naturale inclinazione: se la nostra tendenza è quella a servirci di frasi elaborate e continue metafore, credo dovremmo accettarlo, come se, al contrario, ci viene naturale un approccio lapidario con frasi brevi e sospensioni. Cerchiamo di capire quali possono essere i punti di forza del nostro linguaggio, al contempo sforziamoci di evidenziare difetti di prolissità, comprensione, architettura delle parole, che ci balzano all’occhio come qualcosa da evitare. Spesso sono proprio gli eccessi del nostro modo di esprimerci quelli a cui siamo più legati e che pensiamo possano connotarci rispetto agli altri.  Credo non sia quasi mai vero. Una volta identificata la nostra voce, tentiamo di farne uno strumento di cui siamo padroni, capaci tanto di cavarne partiture melodiose, quanto di evitare grossolane stonature. 

Il primo capitolo del nostro primo romanzo è il più importante di tutti. Non solo deve catturare l’attenzione del lettore e spingerlo ad andare avanti, ma, in fase di composizione, è quello che ci fornirà le coordinate della nostra scrittura, gli elementi costitutivi su cui dovremo lavorare per ottenere fluidità e una lingua identificabile come solo nostra. 

Torniamo indietro e proviamo a riscriverlo alla luce di quanto abbiamo imparato su di noi: il nostro stile, i difetti da correggere, i punti di forza da esaltare. Adesso la sorpresa potrebbe essere positiva. Adesso sappiamo esattamente cosa cercare e cosa evitare nel nostro linguaggio; non siamo più uno dei tanti, diventiamo noi.


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Non dico che sia facile, neppure immediato. Per quanto mi riguarda, sono anni che limo subordinate e 

tengo a bada torrenti di parole che mi affollano la testa e pretendono di essere scritte anche se non le voglio. Combattiamo una guerra senza esclusione di colpi coi nostri eccessi, non innamoriamoci di loro; non permettiamo a un’idea intossicata di orgoglio mal riposto che ci sibila fra i denti, io scrivo così, di uscire allo scoperto e inquinare ciò che di buono stiamo costruendo. 

Abbiamo individuato la nostra voce, gran cosa. Ma non è finita qui: dentro ogni capoverso si nascondono minacce alla nostra scrittura che rischiano di ridurla a un esercizio grossolano e presuntuoso. Siamo nel campo dei dogmi della scrittura creativa, tutti degni di nota, a patto di non farli diventare muri impermeabili a ogni eccezione. Evitiamo gi avverbi, i gerundi, le subordinate troppo lunghe e contorte. Parliamo, se possibile, di ciò che conosciamo, tutto sarà più facile, come ci ha insegnato Stephen King. Poniamo attenzione ai punti di vista, non cambiamoli a ogni frase, se vogliamo che il lettore ci comprenda a fondo.



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Ricordiamoci Simenon che, agitando la cartella di un romanzo appena terminato, ne scrollava via gli aggettivi. Non tentiamo di essere “alti” a ogni costo: ogni tentativo fatto in questo senso, se non nasce da una naturale propensione linguistica, sfocia in stucchevoli esercizi di stile che ammorbano di falso ciò che stiamo scrivendo. Non dobbiamo dimostrare nulla al lettore ma, al contrario, essere al servizio della storia che stiamo raccontando. Siamo noi gli interlocutori più esigenti, quelli che pretendono l’afflato lirico. Svestiamo i panni dello scrittore, torniamo i lettori di lungo corso che siamo, rileggiamo: ogni espressione che non sorge spontanea ci colpirà, come sempre nella lettura degli altri, come un patetico tentativo di elevare il tono della narrazione.

Non affolliamo di citazioni il nostro libro. Per una pertinente e necessaria alla storia, la tendenza è quella di aggiungerne altre cento senza alcuna connessione con la storia stessa, un penoso sfoggio di cultura che ci aliena la simpatia del lettore.

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Aggiungo qualcosa che, forse, vale solo per me: al primo romanzo, cerchiamo di prendere una certa distanza dal nostro mondo di persone e affetti. Il rischio è quello di cadere in personalismi che, se da un lato nuocciono alla composizione di un personaggio funzionale per la nostra storia, dall’altro limita la nostra capacità di mutarlo in funzione della storia stessa. 

Molti si faranno tentare dalla voglia di emulare lo scrittore preferito.

 Il mio consiglio è: tentate di resistere. Nel migliore dei casi riuscirete a costruire una pallida imitazione di ciò che amate, rinunciando alla vostra autentica inclinazione. Le librerie sono affollate da cloni di questo o quell’autore famoso, noi lettori lo sappiamo bene. E, nel leggerli, di solito proviamo un moto di fastidio, al massimo un interesse sbiadito; troppo forte la sensazione di trovarci di fronte a un succedaneo di ciò che abbiamo amato negli autori di riferimento. Non proviamoci: c’è già l’intelligenza artificiale a compiere questo sporco lavoro.


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Rimaniamo sul primo capitolo tutto il tempo che ci vuole, non sarà sprecato. La nostra voce, una volta dissepolta fra le macerie dell’inconscio, potrà librarsi al di sopra delle convenzioni e del conformismo letterario. Magari non saremo mai dei Simenon o dei Paul Auster, forse la mediocrità ci terrà inchiodati al suolo, ma quella voce roca, poco educata e tradita a volte da imperfezioni, sarà la nostra.

 Solo la nostra.

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