Poesie per tutti: Una madre che dorme

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In questo post ‘Poesie per tutti: Una madre che dorme‘ è possibile riflettere sull’importanza della poesia. Forse uno scrittore esordiente potrebbe leggere con attenzione l’articolo dell’autore di codesta rubrica. Sono sicuro che un’attenta lettura può tornare utile per rivisitare le proprie opere con una più accurata analisi. Un augurio cordiale a tutti gli esordienti per un successo letterario.

Ernesto de Feo
Una madre che dorme
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Ernesto de Feo

Una madre che dorme

Una madre che dorme” è una delle poesie più rappresentative della tensione affettiva e memoriale che attraversa l’opera di Alfonso Gatto- il cui tratto espressivo all’interno dell’Ermetismo si è caratterizzato per “…le sperimentazioni e sobbalzi di un ‘avventura espressiva tra le più originali del Novecento italiano”( S. Ramat). 

Il tema materno, caro all’autore, in questa poesia- inserita nella raccolta “ La forza degli occhi” ( 1950-1953 ) silloge dedicata al figlio Leone- non viene mai trattato in modo retorico: la figura della madre è per il poeta un luogo dell’anima, un segno di protezione perduta e, insieme, un’immagine di compostezza assoluta e sin dall’incipit- di grande forza simbolica- ritroviamo questa impostazione:

Una madre che dorme

piove in dolcezza dentro di sé

come una grotta

e in fondo al lume ha il suo bambino. La madre che dorme non è solo un corpo abbandonato al riposo: è un universo chiuso, raccolto, che pur immobile “piove in dolcezza”, espressione più che tipica di Gatto, dove l’acqua diventa metafora di interiorità, di un fluire segreto, ininterrotto tra madre e figlio. La similitudine della “grotta” rinvia a un luogo arcaico, materno per eccellenza: è riparo, profondità, origine, sicurezza. L’immagine che ne vien fuori è quella di una madre che ancora ha in sé il suo piccolo e che lo protegge.

La poesia si apre con una scena di quiete: la madre dorme, ma il suo sonno non è un semplice riposo fisico — è una “sospensione”, un abbandono che sembra sottrarre la figura al tempo. Gatto costruisce questa immagine attraverso una lingua carezzevole, quasi pittorica, dove il sonno diventa un gesto sacro. Il poeta osserva la madre da una distanza colma di tenerezza, con lo sguardo di chi ha già conosciuto la perdita e prova a fermarla in un’immagine immobile.

Il ritmo è lieve, avvolgente: Gatto dosa le parole con un’attenzione quasi musicale, creando un clima di silenzio che amplifica la vulnerabilità della madre. Il sonno può essere letto anche come una metafora del passaggio, della precarietà dell’esistenza; la madre dormiente diventa allora una figura sospesa tra vita, memoria e presenza.

Il verso “in fondo al lume ha il suo bambino” completa l’universo poetico creato con maestria dal poeta: il bambino, la vita, è la luce nascosta dentro la madre, quasi un piccolo fuoco sacro che lei protegge e conserva. È un’immagine di gestazione eterna, non biologica ma affettiva, piena di emozione. 

I versi poi proseguono:

Una madre che dorme

dorme nel panneggio ardente d’una fiera

che la guarda mansueta.


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C’è qui l’introduzione di un’immagine forte e sorprendente: una “fiera“, ricordo ancestrale di un animale selvatico, che osserva la madre con mansuetudine e la donna sembra, con questo richiamo, protetta come da un’energia primordiale. O forse le pieghe del suo viso sono come un drappeggio che mostrano il coraggio di una tigre che in quell’istante, però,  guardano con mitezza la mamma. Il “panneggio ardente”, difatti, richiama i drappi del barocco, ma anche una forza vitale e adamitica che avvolge la scena. La fiera è ardente ma docile: Gatto unisce opposti — ferino e materno, forza e dolcezza — con la sua tipica sensibilità. Il linguaggio è semplice ma densissimo di risonanze emotive: la poesia procede per tocchi leggeri, come se il poeta temesse di destare la madre, e questo conferisce al testo un tono quasi sacrale, un pudore che ne accresce l’intensità.

È una dolce sera

in mezzo alle pupille

della sua onda quieta.

Il finale porta tutto in un clima di pura sospensione. La dolce sera non è al di fuori della scena centrale dei versi  è “in mezzo alle pupille”, come se il poeta guardasse la madre e trovasse nello sguardo — o nel sonno stesso — una luce serale, un’onda lenta che placa. Uno degli elementi più intensi della poesia è il gesto del poeta che guarda, quasi temendo di rompere quell’equilibrio. Lo sguardo è un atto d’amore ma anche un atto doloroso: guardare significa constatare il distacco, la distanza incolmabile, e al tempo stesso tentare di ricucirla nella parola poetica.

E l’immagine conclusiva è il vero centro della poesia:

la madre come “onda quieta“, un mare calmo che raccoglie, protegge, avvolge per cui il sonno materno diventa simbolo di origine, riparo, continuità. Il linguaggio è visionario, costruito per immagini sovrapposte che oscillano tra reale e onirico. Il tono è di sacra tenerezza, come se il poeta si muovesse con cautela per non spezzare la magia. Ne vien fuori una figura materna che è insieme umana e cosmica, luogo di luce e protezione ma anche immersa in immagini primordiali (grotta, fiera, onda).

Si tratta di una poesia breve ma di grande intensità immaginativa: una madre che dorme non è solo una madre, ma il centro silenzioso del mondo emotivo del poeta.

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La forza della poesia sta proprio in questa tenerezza trattenuta, tipica di Gatto: egli non insiste mai sul dolore, ma lascia che affiori attraverso la delicatezza. La madre diventa così una figura universale, un’immagine che non appartiene solo alla biografia del poeta ma parla a chiunque abbia conosciuto il sentimento della cura, della nostalgia o della perdita.

“Una madre che dorme” è una poesia che unisce intimità e universalità: un piccolo quadro domestico trasfigurato dalla memoria, dove il sonno materno diventa un’immagine di amore assoluto e fragile, fermata per sempre nel lume discreto della parola poetica.

Nota Biografica di Alfonso Gatto.

Alfonso Gatto nacque a Salerno il 17 luglio 1909, in una famiglia modesta ma ricca di sensibilità culturale. Il padre era ferroviere, figura che ricorrerà in alcune sue poesie come simbolo di viaggio e di precarietà. L’infanzia nel Sud d’Italia, segnata dalla luce, dal mare e dalla memoria affettiva della madre, costituirà la matrice immaginativa di tutta la sua opera poetica.

A Salerno compì gli studi tecnici e, dopo alcuni impieghi saltuari, si trasferì giovanissimo a Firenze, dove entrò in contatto con l’ambiente letterario che stava definendo l’orizzonte dell’Ermetismo. Pur essendo spesso associato a questo movimento, Gatto mantenne sempre una certa autonomia: la sua poesia, infatti, è sì densa e allusiva, ma anche narrante, calda, fortemente emotiva.La sua prima raccolta, Isola (1932), attirò subito l’attenzione per il linguaggio visionario e melodico, uno stile che intrecciava immagini luminose, ricordi infantili, paesaggi mediterranei e un senso di misteriosa interiorità. Seguono Morti senza sepoltura (1936) e Poesie (1941), opere che consolidano il suo ruolo tra i poeti della giovane generazione.


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Il suo è un ermetismo “temperato”: meno rarefatto di quello di Luzi o Bigongiari, più affettivo e vibrante, radicato nell’esperienza personale. La figura della madre, la memoria della casa, il mare e la luce sono temi ricorrenti, trattati con un linguaggio che mescola dolcezza, malinconia e una sensualità evocativa.

Dagli anni Quaranta inizia una intensa attività giornalistica: scrive per L’Unità, Il Mattino, Il Giorno, collaborando anche con Epoca e altre testate nazionali. Il giornalismo lo porta a viaggiare e a sviluppare uno sguardo acuto sulla realtà quotidiana, affiancando alla poesia un’attività di cronista dinamico e moderno.Nel 1941 esordisce anche nella narrativa con Il capo sulla neve, a cui seguiranno altri testi in prosa come La storia delle storie (1943) e Il sigaro di fuoco (1954). Tuttavia, è nella critica d’arte che Gatto trova una seconda identità letteraria: scrive saggi, presentazioni di mostre, studi su pittori contemporanei come De Chirico, Morandi, Amedeo Modigliani e Renato Guttuso. La sua scrittura critica è limpida, immaginosa, capace di cogliere la vibrazione segreta della pittura attraverso una prosa poetica.

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Gli anni Cinquanta e Sessanta rappresentano la sua piena maturità poetica. Pubblica La forza degli occhi (1954), una delle sue raccolte più alte, seguita da Osteria flegrea (1962), Poesie d’amore (1961), Rime di viaggio per la terra dipinta (1965) e La madre e la morte, dove torna, con profondità crescente, il tema dell’origine e del sentimento filiale.

Il suo stile evolve, ma conserva sempre una cifra che lo distingue: un lirismo dolce e mediterraneo, ricco di immagini acquatiche e luminose, che trasforma ogni istante in un battito affettivo. La sua poesia è un gesto continuo di tenerezza verso il mondo, pur nella consapevolezza della caducità delle cose.

Negli ultimi anni, Gatto ottiene riconoscimenti critici e premi, tra cui il Viareggio e il Marzotto. Partecipa a convegni e conferenze, è figura di riferimento nella cultura italiana del dopoguerra, stimato non solo per la poesia ma per la sua intelligenza critica, il suo impegno civile e la sua presenza vivace nel panorama culturale.

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La sua vita si interrompe tragicamente l’8 marzo 1976, in un incidente automobilistico nei pressi di Orbetello, mentre si stava recando a un convegno. La morte improvvisa spezza una voce tra le più limpide e sensibili della poesia italiana del Novecento. Dopo la sua scomparsa, molte sue poesie e scritti critici sono stati recuperati in antologie e edizioni postume. Oggi è considerato uno degli autori più originali del panorama ermetico–postermetico, capace di unire intimità, musica, simbolismo e sentimento in una lingua poetica che rimane tra le più riconoscibili del secolo

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